venerdì 23 ottobre 2020

"Il complotto delle donne di Maometto" di Hafez Haidar

 Le buone letture

a cura di Assunta Spedicato.


Ci sono tavoli che si aprono a libro duplicando i posti a sedere, e permettendo così di condividere quanto si ha con più commensali. Un paragone, questo, accostabile alla scrittura di Hafez Haidar, in relazione al romanzo “Il complotto delle donne di Maometto”, edito da Di Felice Edizioni. Qui l’autore, con fare semplice e disponibile, sembra infatti invitare i propri lettori ad attingere alle sue conoscenze e ad assaporare alcuni aspetti della cultura islamica che altrimenti resterebbero a nutrire la diffidenza.

Un’apertura, quella di Haidar, che si manifesta attraverso lo sforzo di rendere stilisticamente fruibili le sue opere, pur procedendo nell’esposizione minuziosa di fatti e concetti. Un modo di essere, il suo, che non esula dall’attività di scrittore, poeta e docente di letteratura araba, e che ha saputo proporre nel tempo, tanto da valergli, nel 2017, la candidatura al Premio Nobel per la Pace.


L’autore, regia saggia ed invisibile della storia, sviluppa la trama utilizzando più volte come cardine la scena delle donne che al calar della sera si stringono intorno ad A’isha, giovane moglie di Maometto e voce assunta al ruolo di fedele portavoce nella narrazione. Sarà lei, infatti, a svelare il segno distintivo lasciato da ciascuna donna entrata a far parte della vita del Profeta. L’imput a raccontare sarà di volta in volta sollecitato dalla curiosità di altre donne, ospiti/comparse che a fine giornata si ritroveranno intorno al braciere a condividere, anche con il lettore, i riti dell’ospitalità.

Tra vassoi di datteri freschi e pagnotte di biada appena sfornate, prenderanno così vita le storie suddivise in capitoli, ciascuno dedicato ad una donna e ad un corrispettivo periodo storico, ma tutti legati alla nascita e alla diffusione della religione islamica.

A riempire lo sfondo ci sarà dunque la storia, fluidamente spiegata. Mentre in primo piano, a dividersi la scena, osserveremo il profilo pubblico e quello privato dei protagonisti. Il ciò rivela una geniale scelta narrativa, che darà talvolta l’impressione di mostrare un profilo inedito del Profeta, profilo che comunque resterà fedele alla tradizione.

A voler trovare a tutti i costi un difetto a questo delizioso romanzo, si potrebbe dire che in realtà, all’interno della trama, non c’è un vero e proprio complotto da parte delle donne di Maometto. Particolare che comunque non delude le aspettative, ma fatto sta che il termine complotto, contenuto nel titolo dell’opera, si rivela un buon espediente per solleticare la curiosità dei potenziali lettori. Una trovata, questa, da autore esperto e raffinato.


Hafez Haidar, nato in Libano, è stato candidato al Premio Nobel per la Pace 2017. Docente presso l’Università di Pavia, ha pubblicato numerosi libri e bestseller tra gli altri per Mondadori, Rizzoli, Piemme e Fabbri Editore, che gli sono valsi numerosissimi premi e riconoscimenti. Da anni diffonde l’arte della narrativa e della saggistica nelle scuole e nelle università italiane ed estere. È presidente onorario del Premio internazionale di giornalismo “Maria Grazia Cutuli”. La sua traduzione di Le mille e una notte ha suscitato l’interesse del mondo letterario. Per Imprimatur ha curato Donne che urlano senza essere ascoltate, una raccolta di scritti di Khalil Gibran (2016), con il quale ha vinto il Premio Juan Montalvo per la narrativa 2017. Tra i suoi libri ricordiamo Le donne che amavano Maometto, Il complotto delle donne di Maometto, L'ultimo profeta. Gibran nel mio cuore, Il nuovo profeta. Quando l'amore chiama seguilo. Gibran nel mio cuore, Lezioni di pace e San Francesco e il sultano. Racconti d'amore dalla Bibbia, dal Vangelo e dal Corano, La voce del profeta, Il razzismo spiegato ai giovani. Un passo oltre l'indifferenza.

sabato 17 ottobre 2020

Intervista a Giuseppe Raineri vincitore per il secondo anno consecutivo del I° Premio Monologo Teatrale.

 


Forse non tutti sanno quanto sia determinante, nello stilare le classifiche, la valutazione del Presidente di Giuria l’editore Giuseppe Laterza. A lui spetta, infatti, selezionare tra i lavori già individuati in anonimo dalla giuria di qualità, i vincitori di ogni sezione. 

Sia ben chiaro che nessuno dei giurati, tanto meno il Presidente di Giuria, riceve alcuna informazione circa gli autori. Che questi siano autori o autrici, noti o meno noti, sono solo particolari intuibili dal contenuto dei loro scritti. 

Immaginabile è la gioia di chi, come in questo caso l’autore Giuseppe Raineri, si vede consegnare durante la serata di premiazione, e per il secondo anno consecutivo, il Primo Premio. 

Inimmaginabile è invece la sorpresa dell’editore Giuseppe Laterza il quale, solo a fine serata, apprese d’aver premiato lo stile e il contenuto di un autore da lui già apprezzato nella precedente edizione del Premio. 

A Giuseppe Raineri, al quale come da regolamento riservammo a chiusura della XIV Edizione una intervista, riproposta al seguente LINK, chiediamo di raccontarci eventuali novità. Ci dica se nel frattempo ha ricevuto altri riconoscimenti, se ha ottenuto altre pubblicazioni e a cosa attualmente si sta dedicando. 

Nel periodo intercorso dalla XIV edizione, mi sono dedicato alla stesura di alcuni racconti che rappresentano un ottimo esercizio per dare forma a idee, a suggestioni che assorbo da letture e dall’osservazione del mondo che mi circonda e che potrebbero rappresentare il piccolo seme da cui sviluppare storie di maggior respiro. 

L’impegno maggiore però è stata la revisione di un romanzo che avevo già terminato; si intitola “La prima notte di quiete” in cui un’anziana professoressa di matematica estremamente razionale si dovrà confrontare con sette sogni imperniati sui sette peccati capitali. Per quanto impalpabili nella loro sostanza, i sogni le presenteranno altrettante situazioni reali e problematiche cui trovare una soluzione; ci riuscirà con l’aiuto della nipote sua ospite per un certo periodo.


Nel frattempo ho iniziato e terminato anche un altro romanzo, “Il collezionista”, un omaggio alla magia dei libri e delle biblioteche. 


Entrambi i romanzi sono inediti e spero di trovare una casa editrice che li ritenga meritevoli di pubblicazione. 

In fine hanno visto la luce la trasposizione teatrale di “Plissé”, il mio primo romanzo, sia in forma di monologo che di commedia a due voci, maschile e femminile, che interpretano più personaggi ed un ulteriore commedia incentrata sull’identità al femminile dal titolo un po’ lungo: “Nessun gineceo si addice a quelle quattro (La metà del mondo può salvare l’altra?)”. Per “Plissé” regista ed attori sono già al lavoro perché se ne possa vedere la rappresentazione su un palcoscenico.


Lo scorso anno si è presentato e ha vinto con un monologo dedicato a Ipazia d’Egitto, quest’anno, invece, ci ha proposto, come scrive Laterza nella sua nota, un mare umanizzato, rappresentando così un’altra ingiustizia nei confronti di un “grande”. Il suo è un Mare dallo sguardo paterno, che punisce e perdona, ma che in particolare si rivolge a quella prole ingrata con un monito che tra le righe svela una preghiera. Ce ne spiega il significato? 

Permettetemi una breve premessa. 

L’ispirazione che mi guida nella scrittura, si fa strada nel tempo quasi inconsapevolmente, mescolata a tante idee e sensazioni che si sovrappongono, entrano in conflitto, mi seducono anche se a prima vista sembrano slegate tra loro. 

Poi tutto si condensa e prende una forma definita per effetto di un fatto, magari un dettaglio insignificante, una considerazione all’apparenza del tutto estranea a quello che potrà maturare in seguito, una lettura, che mi inducono a concentrarmi su qualcosa di particolare che darà significato e seguito ad un preludio caotico. 

La lettura di “Breviario Mediterraneo” di Pedrag Matveievic ha rappresentato l’innesco di una deflagrazione, lo stimolo decisivo a dar voce al Mediterraneo e ad approfondirne la storia, il ruolo decisivo nelle vicende di tutto il pianeta, spingendomi poi a divorare famelicamente altri testi. 

Ciò che mi ha guidato è un sottile ma profondo rimpianto per le enormi potenzialità del genere umano troppo spesso tradite, per la bellezza dimenticata in nome di piccinerie e delle superficialità ostentate da una società troppo distratta e indifferente. 

Da qui prende spunto il ritmo di una preghiera nota, ma opportunamente rivisitata, che fa da sfondo allo sfogo di chi si sente padre, ma anche madre, la culla della civiltà. 

Padre e madre a volte sereni, a volte severi, a volte anche brutali con un inconsolabile rimpianto per quanto di bello rischia di morire per trascuratezza, per indolenza, per distrazione di chi è abbagliato, attratto da un benessere ingannevole che ci costringe a focalizzare i nostri sforzi solo su un presente che fagocita il futuro e nasconde alla nostra vista il passato. 

Ma fortunatamente rimane viva ancora la speranza di chi ha memoria.


Deve essersi davvero immedesimato in questo nostro Mare, fonte di vita. Quanto tempo le è servito per riuscirvi così bene? 

 In prima stesura, non mi riesce quasi mai una versione già definitiva. 

Scrivo di getto e poi devo avere il tempo di lasciare sedimentare quanto ho espresso di primo acchito. 

Questa versione generalmente è improponibile e necessita di revisioni continue al punto di non sentirmi mai pienamente soddisfatto. Immedesimarmi è il termine corretto per dare l’idea del processo che mi ha guidato per lunghe settimane nella scrittura del monologo. 

La parte più difficile è consistita nell’accettare la sfida di una lunghezza del testo da rispettare ma che accetto di buon grado perché mi costringe ad esprimere emozioni con una sintesi efficace, con la forza che dovrebbe avere l’essenzialità. 


Lei è nato e risiede a Bergamo, pertanto avrà ultimamente vissuto momenti drammatici. Ci perdoni questa domanda che non intende toccare i suoi sentimenti, vorremmo solo chiederle se durante il lockdown, in quei momenti così difficili, la scrittura sia riuscita a venirle incontro e, in qualche modo, a infonderle sollievo e coraggio. 

L’uso del tempo è un’arte difficile, sempre. 

Nel periodo della clausura forzata ho alternato momenti di impegno intenso ad altri in cui non riuscivo a concretizzare con efficacia idee e progetti narrativi. 

Scrivere è stato certamente di aiuto nei momenti in cui il silenzio, che sembrava l’effetto di un evento catastrofico, di una guerra batteriologica, veniva rotto solo dal rumore incessante delle sirene delle autombulanze. 

Ci sapevamo tutti vicini ma ci sentivamo tutti lontani. 

Soprattutto all’inizio di questo periodo in cui ho alternato con poco ordine lavoro a distanza, l’attenzione alla famiglia nuovamente ed insolitamente riunita, la lettura e la scrittura ho vissuto la sensazione paradossale della dispersione. 

Non considerando la gravità della situazione, mi sarei dovuto trovare in una condizione di creatività quasi ideale nell’isolamento da distrazioni, invece ho alternato momenti di rara intensità nel tradurre pensieri in parole come in una catarsi ad altri in cui mi risultava difficile anche solo macchiare una pagina, fosse anche di inchiostro virtuale. 

Un continuo fare e disfare senza alcun approdo. 

Mi aspetto ed auguro che con il tempo questi sforzi, all’apparenza senza un risultato, possano tradursi in riflessioni, considerazioni più profonde dopo l’emotività del momento; emotività che annebbia la lucidità necessaria per una narrazione che aiuti a riflettere con la dovuta serenità chi scrive e chi lo legge. 


Monologo vincitore del I° Premio

Mare Nostrum


Mare nostrum quod es inter terras


Molti e diversi sono i miei nomi.

Le genti che abitano le mie sponde, da sempre credono di avermi generato dandomi un nome, tuttavia io ero, sono e sarò e nessuno potrà mai arrogarsi diritti che non ha, né gli riconosco.

Anche un figlio “è” e vive libero col nome dato da altri, ma nessuno mi è stato padre.

Conservo le memorie e ciò che resta di chi per imperizia, per sprezzo del pericolo, per ingordigia, per paura, per disperazione ha troppo osato.

Eroi e pavidi, esploratori e pigri, vecchi e giovani, maschi e femmine, uomini e dei, re e schiavi per me non fanno alcuna differenza, tratto tutti alla pari, io sono come la morte e non ho riguardo per nessuno.

Sempre sarò culla e sepolcro.

Le mie acque hanno raccolto sangue e lacrime di gioia e di dolore.

Sulle mie rive ho visto nascere e morire religioni, monarchie e repubbliche, dittature e democrazie, santi e diavoli, malvagità e bellezza, città e villaggi in un turbine di trasformazioni senza fine.

Sono testimone dei destini di nazioni che si credevano indistruttibili, convinte di poter sfidare impunemente l’eternità e di quelle che, pur lontane, hanno subito l’influsso di idee e costumi nati qui.

Tutto il pianeta ha dovuto fare i conti con quello che è successo intorno a me.

Mai nessun altro mare ha sentito risuonare tanti idiomi diversi.

Ho fatto miei i frutti, gli alberi e colture venute da lontano, come se da sempre mi appartenessero.

Le terre che mi circondano in un dolce abbraccio materno sono invece agitate come io lo sono e hanno trasmesso questa inquietudine ai popoli che le abitano e che hanno dovuto lottare senza requie per rubare lembi di terra alle acque, sanare paludi, fronteggiare maree e le onde che sanno essere carezza e schiaffo.

Basta poco perché tutto torni selvaggio come prima.

Sono come il deserto, ci accomuna il silenzio, il vento, l’insidia di rimanerne prigionieri.


Da nobis vitam et scientiam

 

Le giuste distanze vi hanno garantito autonomia e possibilità di scambi continui in una eterna lotta tra nomadi e sedentari.

Avete solcato le mie onde e come moto ondoso vi siete spinti in avanti e poi ritirati secondo cicli mai interrotti.

Grazie a me, quello che è giunto fino alle mie rive, seguendo percorsi lunghi e faticosi, ha infine trovato rapidi sbocchi ovunque, per diventare patrimonio di molti.

Da sempre sono terreno fertile di migrazioni per fame di conquista, per disperazione.

Due simboli tra i tanti bastino a ricordarmi.

Venezia, città impossibile e splendida che poggia maestosa su una foresta sommersa e lotta con caparbia tenacia contro acqua e tempo, pur fuori dal tempo.

E infine tu Ulisse, il figlio amato, affamato di avventura e di conoscenza a cui non hai esitato sacrificare le vite dei compagni e mettere a repentaglio la tua, tu che hai avuto l’ardire di sfidarmi quando gli uomini credevano che divinità capricciose mi abitassero, tu che su questo mare potevi vantare pretese da re dopo essere sopravvissuto a prove durissime e sfidato le mie inquietudini, tu non sei riuscito a domare la tua curiosità insaziabile e nemmeno io ti sono bastato, né le braccia pazienti e calde della fedele Penelope.

 

 Da nobis pacem

 

Che ne sarà di me, di voi, di noi, di questo piccolo mondo, dell’universo intero?

Al calar della sera mi invade una malinconia densa e scura e mentre il sole s’immerge nelle mie acque e l’oscurità della notte vince sulla luce, io divento cielo e il cielo mare.

Comprendo la vertigine di chi si lascia ammaliare e sente di essere finalmente parte del tutto mentre la bramosia di prevalere, di possedere, l’arroganza e l’illusione di sentirsi onnipotenti si liquefano e si stemperano.

È un po’ come morire a poco a poco.

Le mie onde accarezzino le vostre terre e vi cullino con un moto lieve, che io sia talamo e le stelle tetto, non pensate con ansia al domani, non permettete all’angoscia di invadere il cuore e la mente.

Abbandonatevi ai sogni, lasciateli librare come gabbiani che veleggiano sulle mie acque, siate lieti.

 

Amen.


Motivazione della Giuria

Se la Terra è da sempre considerata la madre dell’umanità, al Mar Mediterraneo si deve riconoscere il ruolo di padre della civiltà. E il Mediterraneo, che in questo senso può considerarsi il padre di tutti i “Mari”, umanizzato dall’autore, diviene voce di una profonda preghiera, un “Padre Nostro” laico, qui presentato sottoforma di monologo.

Come fosse davvero padre, gli vengono attribuite doti di autorevolezza e imparzialità. La sua è presenza costante: dispensatrice di ricchezze, autrice di mediazioni. Come un padre, nel bene e nel male, mai si risparmia, a costo anche di sacrificare la propria salute. Ed è qui che traspare, nella parola a lui data, una nota di rammarico per quei figli ostinati a non seguire l’indirizzo del padre.

Ma il mare avrà comunque una vita propria, a prescindere dalle dimenticanze dei figli e dalle loro cattive abitudini.

Una preghiera che ha il pregio di far intravedere un monito, pur senza cadere nelle acque della retorica.

Mare Nostrum quod es inter terras/Da nobis vitam et scientiam/Da nobis pacem/Amen.

Assunta Spedicato.

Nota del Presidente di Giuria

La descrizione risulta originale e molto valida per un monologo in cui questo “mare” viene umanizzato. Ci parla, quindi, e racconta la sua storia, le sue sensazioni, come un dio mitologico destinato ad essere al servizio di una umanità spesso ingrata e irriconoscente, avida di coglierne solo i benefici come bellezza e frutti, spunti per la propria ingorda fantasia, pronta a speculare sulle risorse che esso offre, incurante delle forze che può sprigionare per affermare pure la sua forza naturale.

Un mare che ci apre il suo cuore e, in fondo, riesce a commuovere, a convincere e a indurre a sentimenti di libertà.

Giuseppe Laterza.

venerdì 16 ottobre 2020

“Scendevamo giù per la collina” di Gabriella Valera Gruber

Cronaca di una presentazione fuori dai canoni.



Se la poesia di Gabriella Valera tocca diverse tematiche, è perché tanti sono stati gli imput ricevuti dagli incontri che hanno caratterizzato la sua attività. Ogni argomento è frutto di esperienza, di realtà vissute o semplicemente osservate, sempre con occhio acuto e benevolo, e con l’intento di dare spazio alla parola altra, senza mai imporre la propria.

Abbiamo già avuto modo di conoscere, nell’intervista da lei rilasciata e QUI riproposta, Gabriella Valera Gruber come persona socialmente e culturalmente impegnata. Ma cosa sappiamo di lei in quanto poeta?

In realtà, Gabriella Valera Gruber è nel suo ambiente un’autrice nota ed apprezzata, tanto che, a dover parlare di lei, verrebbe soggezione a chiunque.

Eppure, nonostante l’indiscusso valore e le numerose manifestazioni di stima, Gabriella rimane una persona umile, sempre alla ricerca del confronto.

Cosa non è stato già detto circa la sua poesia?, in tanti ne hanno parlato approfonditamente, analizzandone tutti gli aspetti in maniera aderente al suo sentire. Così è anche per la sua ultima pubblicazione “Scendevamo giù per la collina” Battello stampatore, una raccolta di oltre 100 testi, che scopriamo valorizzata da prefazione e postfazione, entrambe molto curate ad opera di Claudia Azzola ed Enzo Santese. Ulteriore arricchimento è stato poi apportato da Ottavio Gruber, marito dell’autrice, con le sue incisioni.



Certo, nessuno si sarebbe mai aspettato di dover attraversare un periodo così buio quanto quello attualmente vissuto, segnato dalle morti e dall’isolamento forzato. Una circostanza che ha visto annullare tanti impegni, inclusi quegl’incontri che la nostra autrice aveva in programma per presentare al pubblico la sua raccolta.

Ma una personalità come la sua, tenace ed instancabile, non poteva certo farsi sopraffare dalla contingenza, o non approfittare delle risorse in rete per promuovere altre iniziative culturali e per portare in qualche modo a termine quelle già in corso.

Anche gli incontri di poesia del mercoledì sono proseguiti regolarmente grazie all’uso di una piattaforma on-line. Ed è stato in uno di questi ultimi incontri che Gabriella Valera ha espresso il desiderio di voler riprendere le presentazioni della sua raccolta, alternandola contemporaneamente con quella di altro autore del gruppo.

Cosa non semplice, a dire il vero, per chi come me attende il mercoledì per declamare i propri versi e ricevere un giudizio qualificato, se non un consiglio utile a migliorare il proprio stile. Ma le occasioni vanno colte, e noi, fruitori degli incontri di poesia del mercoledì, lo abbiamo fatto. Ciascuno a suo modo: leggendo e motivando, a sorpresa, le poesie di questa ricca raccolta. Ne è venuta fuori una singolare presentazione, sincera e partecipata. Cosa che l’autrice ha avuto la bontà di gradire, in modo palese.

Ed ora, per la promessa fattale di riportare per iscritto le brevi note che hanno accompagnato la lettura dei suoi versi, prendo l’iniziativa di cominciare con la mia. Con la speranza che altri vogliano poi aggiungere anche la loro.

 

Uno degli aspetti che di frequente emerge dai testi poetici di Gabriella Valera Gruber, è la sua capacità di rappresentare la sofferenza umana, compresa quella meno visibile, pur restando al di sopra del personale. Il dolore, spesso evidenziato dal verso asciutto e privo di sfumature artificiose, resta comunque morbido, aperto alla speranza, nel suo rappresentare la condizione di fragilità dell’uomo, rispetto alle forze della natura.

Il suo è un volo paragonabile a quello del gabbiano, creatura spesso presente nei suoi versi, capace di vivere cielo, terra e mare, un campo visivo più ampio sul quale restare, senza mai poggiare sul terreno della retorica: Ali ampie di gabbiano / in alto / superbe e candide /nel grigio delle nuvole / respiro ampio mi solleva.

Ma da così profondo dolore, l’autrice sorprende col suo improvviso riemergere come essere umano bisognoso d’amore. Ed è nel suo amore per l’altro che ella trova in fine consolazione, dando così vita ad un coinvolgente equilibrio dei versi che hanno funzione conciliante, capaci di acquietare l’essere umano in preda alle proprie contraddizioni: / oggi nel cielo alto dell’estate / fra rami frondosi, / la voce degli uccelli / ha una forza che non perdona / l’anima rincantucciata / fra i problemi di sempre. // Non ho ancora risolto l’enigma. // Ma c’è un amore che mi attende / ed io per lui / ogni giorno / ritorno da lontano. / Stasera, quando ci daremo la mano, / avrò negli occhi un canto.

È facile cogliere come l’amore diventi artefice di rientri da quel luogo lontano, dove la sensibilità del poeta vive immersa nella dolorosa visione della realtà.

L’amore, sentimento nutrito e ricambiato, ha radici nel profondo rispetto per l’altro, e per sé. Un bene, questo, che l’autrice apprezza come inestimabile ricchezza. Tant’è che nell’indossare i panni di chi ne è privo, da lei definiti i rifiutati della terra, esclama a chiusura di una breve e profonda poesia: / chiedo perdono / di esistere così come sono / senza un amore.

L’amore, anche, come chiave di lettura per approfondire il pensiero della nostra autrice.

Assunta Spedicato.



Ho aperto a caso il libro di Gabriella Valera, perché trovo complicato dover scegliere cosa leggere tra tanta bella poesia. I suoi sono versi veri, dai quali trasuda gioia e dolore, amore e abbandono. Ho sentito mie molte delle sue composizioni, al punto d'avere l'impressione che fossero "petali della mia vita". Quasi le avessimo scritte insieme, io e lei. Strana sensazione la mia, ma leggere i suoi versi è stato per me come assaporare, cogliere un frutto maturo, dolce come miele in quel passo a due… quasi avessero le ali ai piedi per "scivolare" leggeri tra le righe di un foglio bianco, giù per la sconnessa via di quella collina che fa da cornice ad un sentimento puro, vero, leale.
La collina dell'amore è e sarà sempre in fiore. Il sale della vita mi si scioglie tra le ciglia, e vederli felici riempie di gioia anche me. Il loro amore è vita, un bene che si respira stando loro accanto, una gioia infinita, un'emozione, quasi quanto leggere all'imbrunire... SCENDEVAMO GIÙ PER LA COLLINA, insieme.
Oriana Sandrin D'Ascenzi.


Più leggo il libro di Gabriella Valera e più dalle sue pagine sento affiorare una forza, una bellezza, una dolce determinazione e ed una strenua adesione alla pienezza del vivere che rivelano la sua preziosa testimonianza in cui la luce s’intreccia all’ombra, il silenzio alla parola, la memoria all’oblio. E’ lei l’artefice di questa complessa e delicata tessitura che è la vita stessa. Il suo canto si snoda consapevole e lieto tra ascese e declivi, attraversando soglie, oltrepassando confini, accogliendo il mistero dell’indicibile. Eppure, nonostante la pacata e serena consapevolezza di cui è permeata la sua parola poetica, Gabriella Valera riesce ugualmente a descrivere il dolore e la sofferenza, spezie immancabili al banchetto della vita. 

Nella sua testimonianza si sente tutto l’impegno del suo prodigarsi incessante sui fronti dell’arte, della cultura e della solidarietà umana. 

Il suo costante offrire spazi d’incontro e di dialogo, sguardi che colgono sempre da diverse angolature la complessità dell’essere, fluisce come una musica che accompagna il volgersi del tempo. La sua profonda cultura, prodotto di ricche ed intense frequentazioni letterarie, le permette l’eleganza della semplicità ed il suo stile inconfondibile è fatto di sottrazioni e condensazioni. Il pathos è trattenuto e proprio per questo più intenso ed alimenta la grazia del non detto, quella che ci fa intuire la profondità della sua anima generosa. 

Prezioso compagno di questo suo viaggio, è l’artista e poeta Ottavio Gruber, le cui opere scandiscono le pagine del libro con dettagli, paesaggi urbani e campestri, creando splendide ed intense interazioni. 

“L’arrivo e le partenze / mistero del viaggio / che si appoggia fra rotaie celesti / nello spazio diradato / di luci e nebbie / ombre che si muovono / respiri che si incontrano” (pag. 209)

Su queste rotaie metafisiche sono racchiusi il mistero e la meraviglia del suo percorso poetico, fatto d’incontri, di scambi, e di un coraggioso procedere con levità ed intento inflessibile.
Lucia Guidorizzi.


La poesia di Gabriella fa vibrare sogni ariosi, si concedono raccontandomi della sua profumata ricchezza che generosamente regala. La mia vita poetica si è impreziosita e l'averla conosciuta è stato un magico viatico che sempre custodisco assieme alla sua benevola serena immagine che visualizzo con gioia e amore. 
Maria Luisa Grandi


Sono emozioni, sentimenti, leggere vibrazioni nell’aria, poesia che copre passato, presente e futuro. Gabriella ci accompagna con mano dentro al suo mondo interiore, ci fa osservare con i suoi occhi, ascoltare con il suo cuore, percepire con la sua sensibilità quanto gravita intorno a lei. Una poesia profonda, intima, delicata e allo stesso tempo, rappresentativa di quell’universo che è alla portata di tutti ma percepito soltanto da anime sensibili come la sua. Grazie per averci aperto la porta di quell’amore così grande che abbraccia tutto il mondo, nelle sue bellezze e nelle sue tristezze, nelle realtà che la vita ci offre.
Elena Giacomin.






lunedì 5 ottobre 2020

Premio Poesia Cantina Valpantena - VI Edizione, anno 2020

 Veneto - Verona


Cantina Valpantena, nel settimo centenario della sua morte, vuole ricordare Dante Alighieri proponendo come tema del VI concorso Premio Poesia un piccolo estratto del canto XXV del Purgatorio:

"guarda il calor del sol che si fa vino,
giunto a l’amor che de la vite cola."



Cantina Valpantena Verona organizza il concorso con cadenza biennale, fin dal 2010, per promuovere gli stretti legami tra l'opera letteraria e l'attività vitivinicola. Il tema scelto per l'edizione di quest'anno è costituito dai versi 77-78, dedicati alla vite e al vino, del canto XXV del Purgatorio. Un omaggio a Dante Alighieri in vista del settimo centenario della sua morte, che si celebrerà nel 2021. Il componimento che saprà meglio esaltare i versi della Divina Commedia verrà stampato sull'etichetta di una bottiglia celebrativa. Previsti anche dei premi per i primi tre classificati, due omaggi speciali e venti segnalazioni.

Sono 508 le poesie inviate per partecipare alla sesta edizione del concorso ideato e promosso da Cantina Valpantena. Il bando, chiuso il 20 giugno dopo una proroga di due mesi a causa del lockdown legato al Covid-19, ha registrato una risposta record. Sono stati infatti 300 i componimenti in gara nell'edizione precedente. Il presidente della giuria Antonio Seracini e i giurati Bruno Avesani, Annamaria Fraccaroli, Nerina Poggese e Fabiola Ballini si riuniranno a settembre per decretare i vincitori. Vista la situazione di incertezza, l'evento di premiazione previsto in auturnno è posticipato alla primavera del 2021.

17ª Edizione Premio Letterario Nazionale «Città di Forlì»

 Emilia Romagna - Forlì (Forlì-Cesena)


Il Centro Culturale L’Ortica di Forlì - Sezione orticadonna con il patrocinio di:

    Comune di Forlì, Assessorato Promozione settore culturale e museale, Università

    Provincia di Forlì-Cesena

e con la collaborazione di:

    Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì

    Biblioteca Comunale “A. Saffi” di Forlì

ha bandito la diciassettesima edizione del Premio Letterario Nazionale “Città di Forlì”




Elenco premiati

Sezione Poesia Inedita


1° classificato TIZIANA MONARI di Prato
2° classificato STEFANO BALDINU di S. Pietro in Casale (BO)
3° classificato LORENZO SPURIO di Jesi (AN)

Finalista DANIELA CORTESI di Forlì
Finalista RITA MINNITI di Cava dei Tirreni (SA)

Segnalati:

DARIO DE SERRI di Ferrara
STEFANO DI UBALDO di Calolziocorte (LC)
ATTILIO GARDINI di Forlì
MATTEOANGELO LAURIA di Susa (TO)
DIELLA MONTI di Pievequinta (FC)
FRANCESCA PANZACCHI di S. Lazzaro di Savena (BO)
LUIGI PARABOSCHI di Castelsangiovanni (PC)
CARLOTTA RINALDINI di Cesena (FC)
DANILA ROSETTI di Forlì
ASSUNTA SPEDICATO di Corato (BA)

Il totale dei concorrenti è 232

La premiazione avverrà Domenica 25 Ottobre alle ore 15.00

Rinviata





lunedì 28 settembre 2020

V Edizione Premio Mario Bernardi, anno 2020

Veneto - Oderzo (TV)

Il comitato scientifico, come da regolamento, ha indicato in LUCE il tema della quinta edizione 

GIURIA

Ivo Prandin (Bosaro, 1935), è giornalista e scrittore. Dopo la lunga carriera al Gazzettino, conclusasi come inviato speciale per la cultura, ha scritto di narrativa e d’arte; ha diretto la rivista Leo magazine e attualmente insegna tecnica del giornalismo culturale alla Scuola “A. Chiodi” di Mestre.

Isabella Panfido: Poeta Veneziana, ha insegnato lingua e letteratura russa; giornalista pubblicista, collabora alle pagine culturali di “Il Corriere del Veneto”. Ha ideato e condotto la trasmissione ‘L’arca delle parole’, programma radiofonico dedicato alla poesia per Radio 24 IlSole24ORE

Antonio Daniele. è stato professore ordinario di Storia della lingua italiana all’Università di Udine.
Ha al suo attivo numerose pubblicazioni sulla lingua e la letteratura del Trecento e del Cinquecento.Ha studiato in particolare Petrarca, Tasso e i grandi eterodossi Folengo e Ruzzante. Più recentemente si è occupato anche di poeti e scrittori moderni, soprattutto veneti.

Fabio Franzin: è nato nel 1963 a Milano. Vive a Motta di Livenza, in provincia di Treviso. Poeta e scrittore: è ’ redattore della rivista di civiltà poetiche “Smerilliana”

Giuseppe Manzato: è Docente di Sociologia Generale, Sociologia della Religione, Interculturalità e Religione nella Facoltà Teologica del Triveneto e all’Ist. Superiore di Scienze Religiose di Padova. Insegna Sociologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. PhD. Dottore di Ricerca in Filosofia e Scienze della Formazione. Ha pubblicato monografie e saggi in riviste di settore, nazionali ed internazionali

Rolando Damiani: insegna a Ca’ Foscari. E’ studioso in particolare di Leopardi, di cui ha curato per Mondadori l’opera nei Meridiani e scritto una biografia tradotta anche all’estero.

Ivano Paccagnella: E’ stato Professore ordinario di «Storia della lingua italiana» all’Università degli Studi di Padova. Ha insegnato nelle università di Salisburgo (Austria) e della Calabria (Arcavacata di Rende, Cosenza). È stato Visiting Professor a Brown University (Providence, RI, U.S.A.) e a Harvard University (Cambridge, Mass., U.S.A.). Ha tenuto seminari e corsi presso Yale University (New Haven, Conn.), University of Connecticut (Storrs, Conn.), McGill University (Montréal, Canada); È socio dell’Accademia della Crusca, dell’ Accademia Galileiana di Scienze, Lettere ed Arti di Padova, dell’Accademia dei Concordi di Rovigo.

La cerimonia di premiazione che si terrà ad Oderzo il prossimo 18 ottobre alle ore 17,30 presso l'Aula Magna di Piazzale Europa.








Segnalati dalla giuria:

in ordine alfabetico e per tutte le sezioni

Giorgio Baro

Alice Bianchi

Nunzio Buono

Thomas Dal Cin

Pietro De Siena

Maria Francesca Giovelli

Raffaella Lucio

Giovanni Mazzer

Aldo Rossi

Tosca Spadetto

Assunta Spedicato

Nicola Tomasella

Gloria Venturini

Giacomo Vit

Elena Zecchella.


Autori inseriti nell'antologia:


Marco Barbieri

Giacomo Candiago

Jessica Casagrande

Fulvio Capostagno

Bruno Centomo

Ivano Chistè

Nicola Cordioli

Barbara Corbanese

Nicola Cordioli

Marco De Giusti

Martina Lupi

Ludovica Mazzuccato

Chiara Moimas

Gioia Piccin

Tiziana Monari

Sualen Riccardi

Fabrizio Sani

Luce Santato

Gabriele Stella

Roberto Zanardo

Elena Zecchella.

Risultati





Intervista ad Antonello Sòriga, Vincitore per la Narrativa al XV° Premio Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic

"In A Volo D’Angelo il lettore potrà ammirare
parti nascoste di una Sardegna narrata pochissimo
e di un fascino e una bellezza sfacciata."


Antonello Sòriga, vincitore del I° Premio assegnato dal Presidente di Giuria l’editore Giuseppe Laterza per la Sezione Narrativa al XV Premio Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic, ci parli di lei e ci dica, oltre la scrittura, quali sono le sue passioni.

Sono nato a Cagliari nel 1961. Vedovo da quindici anni ho due figli, Marta di ventisette e Luca di quasi diciotto anni: i miei gioielli. Nascere e vivere in un’isola, in una città di mare, ha la sua rilevanza:
mi sento radicato nelle sue atmosfere, dell’aria salmastra, nella lunga spiaggia che fa da limes alla città. Sento scorrere in me la sua storia, la sua cultura millenaria, il suo essere solitaria in mezzo al Mediterraneo, ne percepisco le antiche ferite e i recenti lividi, impressi da innumerevoli dominatori. Questi hanno lasciato il segno del loro passaggio (dai Fenicio- Cartaginesi, passando per l’Impero Romano, Bizantini, Pisani, Genovesi fino ai Savoia), nell’architettura, nella cultura ma soprattutto nella lingua, nella visione del mondo, nel sangue degli abitanti: Sento questa lunga storia scorrere in me e arrivare inevitabilmente alla mia scrittura. La letteratura mi ha affascinato fin da ragazzino. Ho preso la laurea in lettere moderne e oramai da quasi trenta anni sono professore di ruolo alle scuole superiori. Ma alla fine degli anni ‘80 mi sono innamorato della psicologia, in particolare della clinica sistemico –relazionale e dal 1991 esercito come psicoterapeuta.


Inutile dire che oggi, in ogni pagina che scrivo, volente o nolente, la dicotomia follia/ragione, maschera e volto sono pirandellianamente presenti. Proprio con il lavoro premiato a Napoli, ho dato il via ad una nuova ricerca narrativa che guarda alla tradizione pirandelliana ma cerca nuovi sbocchi in una sorta di neo-utopia non necessariamente distopica. A volte viene da credere che la catastrofe incomba ineluttabile, poi la primavera torna, volano le rondini, ci si innamora e i bambini crescono, diventano giovani e infine uomini migliori di chi li ha preceduti. Sono persuaso del fatto che a tali convinzioni sia arrivato anche perché fin da ragazzo ho lavorato in contesti impegnati socialmente; dall’obiezione di coscienza al servizio militare, al pacifismo militante degli anni ottanta, alla sua evoluzione in idea di lavoro liberato, capace di evolversi fuori dalle rigide idee burocratiche e tradotto nella fondazione di strutture in cui davvero “uno – vale - uno” non come slogan effimero, ma creando cooperative sociali, società di mutuo aiuto che al loro interno praticassero l’antico esercizio, l’immane sforzo, l’improbo sacrificio, di applicare la democrazia anche alle loro dinamiche interne. Alcuni dicono che ho perso la partita e ceduto ai compromessi, alle mezze verità, al “volemmose bene!”, alle flessioni capaci di cambiarti radicalmente. Non penso sia avvenuto. Certo è un fatto che abbia negli scorsi anni accettato di ricoprire il ruolo istituzionale di Giudice Onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Cagliari e curato la professione come Tesoriere dell’Ordine Regionale degli Psicologi. Non credo che questo possa annoverarmi fra coloro che “nascono incendiari e diventano pompieri.” Al netto degli errori, conservo in me l’idea di aver fatto ciò che era giusto e possibile fare. Dalle deviazioni e dalle inevitabili mediazioni ho imparato in ultimo che la diversità è un meta-valore. È fondante. Una civiltà matura non dovrebbe misconoscere tale sostrato valoriale. Per esemplificare, usando il tema di sanità mentale, non si dovrebbero incaricare pletore di strizzacervelli per tradurre la diversità in follia e questa in malattia allo scopo di eliminarla dalla nostra quotidiana realtà. Su questo, se il lettore vorrà approfondire il tema, potrà andarsi a leggere il mio saggio “Breve storia Sociale della Follia” che chiude la mia raccolta di novelle “Storie da Matti”

Il racconto dal titolo “A Volo d’Angelo”, da lei presentato, è stato premiato, oltre che per la scrittura appassionata e lineare, per la accuratezza con la quale descrive paesaggi e stati d’animo. Come le è venuta l’idea per questo racconto?

Confesso che A Volo D’Angelo e le altre novelle che comporranno la mia prossima pubblicazione, sono nate quasi per gioco. Un amico agriturista che esercita nel territorio più selvaggio e meno turisticizzato della Sardegna - il Sulcis iglesiente e la Costa Verde - mi ha scherzosamente invitato a descrivere quei territori proprio perché pochissimi lo hanno fatto. Non voglio fare torto ad alcuni autori che in quelle zone hanno ambientato le loro belle opere, come Giampaolo Pansa (Notte a Is Arenas) o Marco Corrias (Piombo Fuso) e altre, ma quando è accaduto, la Costa Verde, ha più che altro offerto uno sfondo su cui le vicende si stagliavano; non ho avuto l’impressione di una immersione nei suoi colori, profumi, sfumature e storie che, per chi avrà la pazienza di leggere la mia pubblicazione prossima, vedrà quanto siano ricche e degne di diventare soggetto alla pari di un personaggio. In A Volo D’Angelo il lettore potrà ammirare il Pan di Zucchero, Porto Flavia, Piscina Morta, Capo Pecora, Cala Domestica, Portixeddu, il Tempio di Antas e altre parti nascoste di una Sardegna narrata pochissimo e di un fascino e una bellezza sfacciata.

Ci parli della sua formazione e dei suoi gusti letterari. Qual è il suo esempio di scrittore?

Sono un lettore vorace e fra narrativa e saggistica ogni anno mi passano per le mani oltre cinquanta libri. Elencare gli scrittori che amo è un esercizio difficile perché mi sentirei in colpa a nominare questo e non quello da cui magari ho apprezzato un singolo aspetto. In ogni caso sarebbe un lungo elenco che potrebbe risultare stucchevole per chi legge. Mi limiterò (escludendo i classici della letteratura italiana e sarda che do per scontati) citando a memoria, alcuni fra gli scrittori contemporanei fra cui sicuramente- per la capacità magistrale di intessere trame e intrecci da giallisti (ma non solo…) – A. Camilleri, M. De Giovanni, G. Carofiglio, A. Manzini per la potenza dell’espressività linguistica D. De Silva, M. Murgia, N. Ammanniti per l’originalità e l’apparente leggerezza dell’espressione M. Marziani, S. Veronesi, M. Agus ma potrei continuare a lungo, soprattutto volgendo lo sguardo oltralpe e ancora di più oltre oceano.

Aveva già avuto modo di mettersi in gioco attraverso altri concorsi letterari?

Nella primavera del 2017 ho dato alle stampe “Nel Pozzo”, edito da Antonio Tombolini ed. , il mio primo romanzo. Con questo ho vinto la VI edizione del Premio Artese, Città di San Salvo – concorso nazionale per opere prime - nell’estate 2018.


È un’esperienza che ancora tengo in un angolino del mio cuore per la splendida accoglienza e la gentilezza degli organizzatori ma soprattutto perché per la prima volta nella storia del Premio Artese Nel Pozzo ha messo d’accordo la giuria popolare e quella tecnica vincendo in entrambe le categorie.


La sua copertina, inoltre, ha vinto il 71° Premio Massarosa. Pensavo potesse darmi più soddisfazione in termini di diffusione, dato che moltissimi sono stati i riscontri positivi da lettori vicini e lontani. Purtroppo l’editoria in Italia percorre vie a me ignote, che mi paiono legate più alle esigenze di mercato che alla qualità del prodotto letterario. Non si spiegherebbero effimeri successi di lavori mediocri e l’assoluta indifferenza con cui scritti che reputo di grande valore, vengano ignorati (non parlo certo delle mie modeste produzioni ma quelle di scrittori di grande spessore culturale che giacciono nei fondi di oscure librerie, invenduti e soprattutto non letti!). Credevo che Nel Pozzo avrebbe aperto delle finestre ma il fallimento della mia piccola (ma coraggiosa) casa editrice non ha facilitato la promozione e la diffusione che (forse) avrebbe meritato. Cerco tutt’ora un editore coraggioso che voglia farne una nuova edizione, chissà se il signor Laterza vorrà pensarci …


Ora è la volta di A Volo D’angelo (2020) che contiene la novella vincitrice della Sezione Narrativa al XV Premio Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic e spero che la ea-lab editrice voglia investire tempo ed energie sul mio lavoro.

Quali finora le sue pubblicazioni?

Le mie prime esperienze di scrittura vanno ricercate in ambito psico-educativo (con altri ho scritto Percorsi di Formazione Alla Nonviolenza 1991 Satyagraha ed, (con riedizione arricchita del primo volume) Reti di Formazione alla Nonviolenza 1993 con Pangea ed di Torino)


A cavallo con il cambio di millennio mi sono occupato di gestione di gruppi e società che lavorano nell’ambito della agricoltura biologica, coordinando un progetto europeo che ha coinvolto diverse società della mia isola. Il saggio finale edito da Consorzio Ecosviluppo Sviluppo Sostenibile nel Marghine –Planargia e nel Sulcis Iglesiente (2001) racconta quest’avventura decisamente avanguardistica per i tempi in cui si è sviluppata.


Dopo questa esperienza ho incrociato l’Associazione Sardegna Belarus che si occupa soprattutto di accoglienza internazionale, e che mi ha coinvolto con la formazione alle famiglie che accoglievano bambini per il loro risanamento dopo il disastro nucleare di Chernobyl. Il risultato di questa collaborazione è il manuale “L’altalena di Chernobyl” (2006) edito da Armando ed.


Unendo infine la mia pratica clinica con le acquisite competenze letterarie ha visto la luce “Storie da Matti (2011)” – Vertigo editore, che considero un lavoro di svolta e di passaggio, in cui la psicologia sposa la narrativa, attraverso dodici novelle. Di qui svariate pubblicazioni di novelle e racconti brevi, pubblicate in antologie sarde e nazionali. Degli ultimi lavori, Nel Pozzo e A Volo D’Angelo ho già detto.


A cosa sta lavorando attualmente?

Da alcuni anni sto lavorando a due romanzi, uno dei quali è l’evoluzione di una novella contenuta in A Volo D’Angelo e un altro, molto impegnativo sul piano della ricerca storica, che penso mi darà da fare per i prossimi anni. Ho deciso di fare della narrativa la mia professione nella parte più matura della mia vita.

Per lei, come scrittore, il lockdown a causa del covid-19 è stato un momento che ha convertito in creatività oppure no?

Ho la fortuna di vivere nel centro di una città, in una casa dotata di ampia terrazza. L’inatteso silenzio per la mancanza di traffico, la cura delle piante, il lavoro manuale per piccole ristrutturazioni, l’insegnamento a distanza, i pazienti on-line, la lettura sono stati i miei compagni. La scrittura purtroppo no. Rischio di essere banale ma è la verità. La mancanza di libertà, la riduzione delle relazioni sociali, l’impossibilità ad uscire di casa non hanno favorito per nulla la mia produzione letteraria, anzi, stare davanti alla tastiera è stato in alcune fasi del confinamento quasi doloroso.


IL RACCONTO I° Classificato


A VOLO D’ANGELO

La domenica, alle prime luci dell’alba, Cagliari sonnecchia e a parte qualche lento spazzino e nottambulo di rientro, le strade sono deserte. E’ una fulgente mattina di maggio, luminosa e fresca allo stesso tempo. Cappuccio e cornetto al Bar Roma - nell’omonima via - e poi via verso il Sulcis. Nebida mi aspetta. La Statale 130 è fra le strade più noiose - per questo è anche fra le più pericolose - che io conosca. E’ difficile tenersi svegli, guidare su una striscia nera rettilinea lunga quasi cinquanta chilometri, che attraversa una pianura gialla, riarsa dal sole, molto simile alla porta di un deserto messicano. Ma non oggi, è una giornata che aspettavo da tanto e a Nebida mi attende zio Francesco. No, non è davvero mio zio, è un vecchio cavatore che conosce a memoria tutte le miniere fra Buggerru e Carbonia. L’altro giorno l’ho sentito per l’ennesima volta al telefono. Nonostante avesse la voce incerta mi ha detto nel suo italiano approssimativo. “Va bene! Sono stufo di sentirti chiedere, vieni di buon mattino che ti faccio sporgere dalla porta della galleria del Vecelli”. Era da tempo che facevo la corte al vecchio minatore e finalmente ero riuscito a fare breccia nella sua scorza. Zio Francesco ha una faccia che si potrebbe descrivere come antica e rugosa, in verità è proprio corrugata, come le colline di Nebida: un viso che potrebbe definirsi emerso dallo scisto più che scolpito, con profonde fenditure sulle guance smunte, brunite dal sole, solcate dal vento, armonizzate dall’acqua. Radi capelli bianchi, protetti da una coppola grigia che – probabilmente - li difende da decenni. La schiena denuncia un’età imprecisa e le mani leggermente ricurve e callose, ricordano senza indugio, il suo passato di minatore. Nonostante i giacimenti siano chiusi dagli anni sessanta, lui continua a viverli, per gli amici, per i piccoli gruppi di eletti, per gli indomiti innamorati di questo territorio o forse più semplicemente per nostalgia, abitudine, irresistibile attrazione per la terra. Avevo tentato decine di volte di farmi accompagnare dentro quelle miniere e non ero mai riuscito a convincerlo. Una pioggia troppo intensa, l’artrite che si risveglia, la nebbia che improvvisa sale dal mare con una libecciata, avevano sempre impedito di esaudire il mio progetto di vederle, queste antiche cave, filtrate dagli occhi, le mani, i racconti e l’anima di zio Francesco. Lui, che ci ha lavorato fin da quando aveva dodici anni e che rimane uno degli ultimi testimoni di un mondo passato e forse perduto. Sacerdote laico di un rito pagano che sa di zolfo, piombo e argento. Nel Sulcis le miniere sono consustanziali, sono la sua storia moderna, quintessenza della sua realtà, immutabile e contemporaneamente universale natura delle cose. Zio Francesco ne porta i segni nel corpo ricurvo, nelle mani artritiche, nel sentire silenzioso, nello sguardo che penetra gli anni e sa trasferire un sapere profondo che altrimenti morirà con lui.
Lasciata Iglesias e la piccola galleria che immette nella SS 126, già mentre si scende verso Carbonia, le miniere ti compaiono davanti con le terre di riporto, grigie, rossastre, ferrose di Monteponi e ti seguono con mille case diroccate, antichi macchinari dismessi che solo cinquanta anni fa, (distanti come appartenessero a un’altra era geologica), erano dei mostri di ferro e fumo, che cavavano materiali dal ventre della terra e deponevano migliaia di tonnellate di fanghi dilavati proprio sui margini dove ora la strada corre. Il sole del mattino, illumina quelle colline innaturali che mirti, ginestre e arbusti stanno faticosamente ricoprendo, come fossero davvero colline che da sempre regnano sovrane e non siano, come sono, un infinito termitaio, artificio suburbano dell’attività estrattiva che ha sconvolto il paesaggio originale. Le vecchie case dei minatori, quasi tutte costruite in pietra, ti osservano con le loro orbite vuote, gli infissi penzolanti, i tetti di travi in legno perforate dai tarli e con il cielo al posto delle tegole. Superato lo svincolo che immette nella SS 83, anticipato da folate di vento che ne trasportano il profumo, il mare. L’azzurro intenso è improvviso e si perde verso le isole Baleari, dalla battigia di Fontanamare. Ma è un attimo e subito ti ritrovi fra i tornanti della litoranea che serpeggia fra gli strapiombi e l’azzurro del cielo che lotta con quello del mare. L’autoradio, come avesse capito di essere in un limite, un confine, un margine, comincia a sintonizzarsi con le antenne della Spagna. La strada è stretta e in ogni stagione, con qualunque temperatura o fortunale, trovi sempre gruppetti di turisti che a bocca aperta ammirano la costa, scattano fotografie nell’incerto tentativo di portare a casa uno sbiadito ricordo di quell’emozione, di quei paesaggi; riempiono i polmoni d’aria di infinito che mostra, a momenti, la sua natura selvaggia, la risacca feroce di un mare bello e terribile, che in ogni momento pare ricordare agli uomini, la loro piccolezza, l’ impareggiabile grandezza della natura, la sua magnifica potenza tradotta in onde, scogli, faraglioni e diruppi. Con questa veduta ancora negli occhi accosto la mia automobile davanti al bar La Piazzetta, dove zio Francesco mi aspetta sorbendo il suo ennesimo caffettino.
“Oh Anto, credevo che non venivi più”, mi dice stringendomi la mano, “voi casteddaiusu siete strani, mai che ci si possa fidare. Avevamo detto a mengianeddu chizzi[i]: sono qui dalle sette che ti aspetto”. Zio Francesco scusami, ma per me, ora è mengianeddu chizzi, sono le otto e venti … si sono appena svegliate le galline a Nebida … “Ellusu![ii]”, si limita a rispondere il vecchio, che subito è in piedi e si dirige verso la macchina. “Aiò!, che non facciamo in tempo a vedere nulla”. In breve mi guida all’ingresso della miniera di Porto Flavia, ancora una volta chiusa al pubblico per infiltrazioni d’acqua. L’amministrazione di Iglesias da sempre permette al vecchio Francesco di entrare a “casa sua”, come la chiama lui, e portare qualche amico. Oggi questo privilegio è finalmente toccato a me. Armati di scarponi e lampada, entriamo in galleria e zio Francesco - qui dentro - sembra ringiovanire: mostra, racconta, si ferma a riflettere e poi riprende a camminare come se fra i mille ricordi e pensieri, scegliesse quelli adatti a me. Saliamo e scendiamo fra vecchi nastri trasportatori, depositi scavati nella roccia, impalcature in legno che costringono ad abbassare il capo, scheletri di compressori e perforatrici Tex 30, con cui i minatori violavano la terra, a torso nudo, caricando i materiali su piccoli vagoncini che si allineavano, come un enorme bruco, a una motrice minuscola ma potentissima, che trascinava il carico fino alla tramoggia d’uscita di Porto Flavia. “Vedi Antonio, io stavo qui dentro, a volte anche dodici, tredici ore. D’inverno entravo che ancora la notte non era andata via e uscivo che era tornata. C’erano periodi che non vedevo la luce del sole per mesi, fino alla primavera. Io e sa bonanima di Peppineddu Trincas, ci abbiamo trascorso la gioventù intera qui dentro e quando arrivava il sovrastante, Jaime Porcu- ‘stizzia du tiridi [iii]- dovevamo far finta di essere freschi e riposati, perché altrimenti il giorno dopo era capace di lasciarci all’ingresso, senza paga. Chi glielo diceva poi a babbo che quella mattina Jaime Porcu non ci aveva preso, fianta croppusu e basta![iv]” La voce di zio Francesco risuonava profonda in quelle gallerie e i vecchi binari aiutavano a orientarsi nel labirinto oscuro. A tratti il cammino si faceva silenzioso. Si sentivano solo i rumori dei nostri passi e il respiro pesante del vecchio. Più andavamo avanti nell’esplorazione, più aumentavano i silenzi. In principio li interpretai come pause necessarie a Zio Francesco per riprendere fiato, poi capii che taceva appositamente, voleva farmi sentire il respiro della montagna. Ogni tanto si arrestava e con l’indice alzato sembrava attirare la mia attenzione su un suono, uno scricchiolio, l’eco di un tonfo che probabilmente sentiva solo lui e che veniva da chissà quale luogo o tempo remoto e risuonava nel suo animo. Dopo alcune ore di cammino: “Saliamo su, alla seconda galleria, quella che sbuca davanti al Pan di Zucchero” dice l’anziana guida.” Lo scoglio più grande d’Europa, davanti a cui attraccavano le navi da trasporto” - dico io-, per mostrare al vecchio di non essere del tutto estraneo alla storia di quei luoghi. “L’ho visto, durante una gita in gommone, fatta proprio per ammirare i cinque faraglioni di cui il Pan di Zucchero è il re incontrastato. “Ehh”, sospira Francesco, “quanto tempo è passato, quante volte ho dato il cambio a Peppineddu e sono rimasto in bilico sullo strapiombo, aspettando che la stiva della nave di turno fosse piena…” La voce di Zio Francesco era lievemente cambiata, quasi si fosse riempita di malinconia, per qualcosa che non riusciva ad emergere, a tradursi in parole. “Mio padre, anche lui minatore, ha assistito all’inaugurazione della porta Vecelli, che di sua figlia ha preso il nome, nel 1922, Flavia. E mio nonno ha accompagnato in queste stesse miniere Gabriele D’Annunzio, nel 1882”. A quella rivelazione io - usando un’ironia di cui sicuramente zio Francesco non si è accorto, ho detto pensando al poeta abruzzese– “e il Vate non ha lasciato nemmeno una poesiola o una firmetta in questi luoghi, strano!”. Come è noto il D’annunzio è stato in Sardegna, nella primavera di quell’anno e come i cani che marcano il territorio ha lasciato un po’ in giro i segni del suo breve ma intenso passaggio, a Villacidro, a Oliena e Cagliari. “Oggi” ha ripreso l’anziano minatore- “è solo uno degli scorci più belli del nostro mare di Sardegna, eppure, se potesse parlare, ne avrebbe di storie da raccontare. Arrivano qui anche i giapponesi per ammirarla, questa benedetta porta Vecelli, ma io ho visto più di un compagno, vinto dalla stanchezza, addormentarsi su quella balaustra che dà al mare e alcuni, purtroppo cadere giù, come sacchi di cemento senza anima. Quando arriviamo in alto ti mostro il punto esatto dove ho visto finire tante giovani vite.”.
Procediamo ancora per un buon quarto d’ora, in cui il vecchio non parla più, il suo respiro si è fatto incerto, quasi come di chi ricorda, rimugina e insieme trattiene le lacrime. Per discrezione taccio anche io, fin quando in lontananza si vede un primo bagliore, poi una luce sempre più intensa. Ci siamo. Siamo arrivati. Un’ enorme porta in pietra e cemento, coronata dalla scritta Porto Flavia, si apre su un paesaggio unico al mondo. Sua Maestà il Pan di Zucchero giganteggia proprio di fronte a noi, rendendo con un effetto ottico ancora più grande lo strapiombo di un centinaio di metri che si apre sotto di noi. A proteggerci c’è solo una balaustra in cemento che ci arriva alla cintola. Un sistema di scale percorre la parete a piombo sul mare e sembra preso da un quadro di Eschere, quelli in cui non si comprende il sopra e il sotto, chi sale e chi scende, qual è lo sfondo e qual è il soggetto in primo piano. La luce che inonda tutto è potentissima, abbacinante, in relazione allo scuro della miniera. Il Pan di Zucchero o, Concali su Terràinu, come ancora alcuni anziani locali lo chiamano, è un faraglione che si erge dal mare svettando per 133 metri a poca distanza dalla costa, come una montagna che prenda vita dal mare e si stagli in verticale sfidando la gravità. Abituo pian piano la vista e volgo lo sguardo alla spiaggia di Masua, poi verso l’orizzonte infinito del mare, in cui si scorge indistinta la costa che arriva fino all’oristanese: tutto è luce e silenzio, mentre nel fondo il mare sembra placido, troppo lontano per far giungere fin qui il suo sciabordare. Mentre cerco di collocare dentro di me tutte queste sensazioni, scorgo zio Francesco che, con passo decisamente ringiovanito, è già salito per alcune scale. E’ giunto al parapetto più estremo della porta Vecelli, proprio dove un tempo collocavano la tramoggia di carico per le navi. Si volta un attimo e mi pare faccia cenno di raggiungerlo. Con mille attenzioni salgo anche io per quei gradini corrosi dalla salsedine e quando raggiungo l’anziana guida lui è in piedi sul parapetto. Non capisco come abbia fatto a sollevarsi fin là sopra e non comprendo nemmeno le parole che le sue labbra sussurrano all’orizzonte, forse una preghiera o chissà quale dialogo interno. Sotto di lui un balzo che sembra infinito. Il vecchio in ultimo si volta, mi sorride e senza un apparente motivo spicca un perfetto tuffo all’indietro. Come in una scena al rallentatore non ho il tempo e il modo di fare nulla se non vedere quel corpo volare, improvvisamente elastico, elegante, flessuoso. Zio Francesco spalanca le braccia e il vento strappa via la coppola dalla sua testa, gli scompiglia i radi capelli, fa svolazzare la sua giacca tanto che sembra avere le ali, quelle di un uccello preistorico che, in un perfetto moto a planare, esegue un impeccabile tuffo a volo d’angelo, con il quale arriva giù e scompare. Nel mare.


[i]Al mattino presto;
[ii] … e come no!;
[iii] … che la giustizia lo perseguiti;
[iv] erano botte e basta.


Motivazione della Giuria

Una scrittura fluida capace di evocare paesaggi naturali e dell’anima. Luoghi disegnati con l’inchiostro indelebile delle proprie radici, col colore vivo del rispetto per ogni vissuto. Un viaggio all’insegna di una bellezza che non urge essere interpretata, bensì vissuta.

Assunta Spedicato.


Nota del Presidente di Giuria

Al termine di questa lettura si po’ sentire l’odore pregnante dello zolfo della miniera, o l’acre sudore dei minatori, le loro fatiche, le loro lacrime. La memoria vivente dello zio Francesco conduce il giovane per labirinti tortuosi in una visita sconvolgente e pregna di sensazioni. L’epilogo è significativo di una intera vita immolata al lavoro e alla sofferenza, con la fermezza e la determinazione di genti antiche, sempre artefici del loro destino pur se oppresse, ma sempre pronte a spiccare l’ultimo volo di libertà.

Giuseppe Laterza.