lunedì 28 settembre 2020

Intervista ad Antonello Sòriga, Vincitore per la Narrativa al XV° Premio Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic

"In A Volo D’Angelo il lettore potrà ammirare
parti nascoste di una Sardegna narrata pochissimo
e di un fascino e una bellezza sfacciata."


Antonello Sòriga, vincitore del I° Premio assegnato dal Presidente di Giuria l’editore Giuseppe Laterza per la Sezione Narrativa al XV Premio Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic, ci parli di lei e ci dica, oltre la scrittura, quali sono le sue passioni.

Sono nato a Cagliari nel 1961. Vedovo da quindici anni ho due figli, Marta di ventisette e Luca di quasi diciotto anni: i miei gioielli. Nascere e vivere in un’isola, in una città di mare, ha la sua rilevanza:
mi sento radicato nelle sue atmosfere, dell’aria salmastra, nella lunga spiaggia che fa da limes alla città. Sento scorrere in me la sua storia, la sua cultura millenaria, il suo essere solitaria in mezzo al Mediterraneo, ne percepisco le antiche ferite e i recenti lividi, impressi da innumerevoli dominatori. Questi hanno lasciato il segno del loro passaggio (dai Fenicio- Cartaginesi, passando per l’Impero Romano, Bizantini, Pisani, Genovesi fino ai Savoia), nell’architettura, nella cultura ma soprattutto nella lingua, nella visione del mondo, nel sangue degli abitanti: Sento questa lunga storia scorrere in me e arrivare inevitabilmente alla mia scrittura. La letteratura mi ha affascinato fin da ragazzino. Ho preso la laurea in lettere moderne e oramai da quasi trenta anni sono professore di ruolo alle scuole superiori. Ma alla fine degli anni ‘80 mi sono innamorato della psicologia, in particolare della clinica sistemico –relazionale e dal 1991 esercito come psicoterapeuta.


Inutile dire che oggi, in ogni pagina che scrivo, volente o nolente, la dicotomia follia/ragione, maschera e volto sono pirandellianamente presenti. Proprio con il lavoro premiato a Napoli, ho dato il via ad una nuova ricerca narrativa che guarda alla tradizione pirandelliana ma cerca nuovi sbocchi in una sorta di neo-utopia non necessariamente distopica. A volte viene da credere che la catastrofe incomba ineluttabile, poi la primavera torna, volano le rondini, ci si innamora e i bambini crescono, diventano giovani e infine uomini migliori di chi li ha preceduti. Sono persuaso del fatto che a tali convinzioni sia arrivato anche perché fin da ragazzo ho lavorato in contesti impegnati socialmente; dall’obiezione di coscienza al servizio militare, al pacifismo militante degli anni ottanta, alla sua evoluzione in idea di lavoro liberato, capace di evolversi fuori dalle rigide idee burocratiche e tradotto nella fondazione di strutture in cui davvero “uno – vale - uno” non come slogan effimero, ma creando cooperative sociali, società di mutuo aiuto che al loro interno praticassero l’antico esercizio, l’immane sforzo, l’improbo sacrificio, di applicare la democrazia anche alle loro dinamiche interne. Alcuni dicono che ho perso la partita e ceduto ai compromessi, alle mezze verità, al “volemmose bene!”, alle flessioni capaci di cambiarti radicalmente. Non penso sia avvenuto. Certo è un fatto che abbia negli scorsi anni accettato di ricoprire il ruolo istituzionale di Giudice Onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Cagliari e curato la professione come Tesoriere dell’Ordine Regionale degli Psicologi. Non credo che questo possa annoverarmi fra coloro che “nascono incendiari e diventano pompieri.” Al netto degli errori, conservo in me l’idea di aver fatto ciò che era giusto e possibile fare. Dalle deviazioni e dalle inevitabili mediazioni ho imparato in ultimo che la diversità è un meta-valore. È fondante. Una civiltà matura non dovrebbe misconoscere tale sostrato valoriale. Per esemplificare, usando il tema di sanità mentale, non si dovrebbero incaricare pletore di strizzacervelli per tradurre la diversità in follia e questa in malattia allo scopo di eliminarla dalla nostra quotidiana realtà. Su questo, se il lettore vorrà approfondire il tema, potrà andarsi a leggere il mio saggio “Breve storia Sociale della Follia” che chiude la mia raccolta di novelle “Storie da Matti”

Il racconto dal titolo “A Volo d’Angelo”, da lei presentato, è stato premiato, oltre che per la scrittura appassionata e lineare, per la accuratezza con la quale descrive paesaggi e stati d’animo. Come le è venuta l’idea per questo racconto?

Confesso che A Volo D’Angelo e le altre novelle che comporranno la mia prossima pubblicazione, sono nate quasi per gioco. Un amico agriturista che esercita nel territorio più selvaggio e meno turisticizzato della Sardegna - il Sulcis iglesiente e la Costa Verde - mi ha scherzosamente invitato a descrivere quei territori proprio perché pochissimi lo hanno fatto. Non voglio fare torto ad alcuni autori che in quelle zone hanno ambientato le loro belle opere, come Giampaolo Pansa (Notte a Is Arenas) o Marco Corrias (Piombo Fuso) e altre, ma quando è accaduto, la Costa Verde, ha più che altro offerto uno sfondo su cui le vicende si stagliavano; non ho avuto l’impressione di una immersione nei suoi colori, profumi, sfumature e storie che, per chi avrà la pazienza di leggere la mia pubblicazione prossima, vedrà quanto siano ricche e degne di diventare soggetto alla pari di un personaggio. In A Volo D’Angelo il lettore potrà ammirare il Pan di Zucchero, Porto Flavia, Piscina Morta, Capo Pecora, Cala Domestica, Portixeddu, il Tempio di Antas e altre parti nascoste di una Sardegna narrata pochissimo e di un fascino e una bellezza sfacciata.

Ci parli della sua formazione e dei suoi gusti letterari. Qual è il suo esempio di scrittore?

Sono un lettore vorace e fra narrativa e saggistica ogni anno mi passano per le mani oltre cinquanta libri. Elencare gli scrittori che amo è un esercizio difficile perché mi sentirei in colpa a nominare questo e non quello da cui magari ho apprezzato un singolo aspetto. In ogni caso sarebbe un lungo elenco che potrebbe risultare stucchevole per chi legge. Mi limiterò (escludendo i classici della letteratura italiana e sarda che do per scontati) citando a memoria, alcuni fra gli scrittori contemporanei fra cui sicuramente- per la capacità magistrale di intessere trame e intrecci da giallisti (ma non solo…) – A. Camilleri, M. De Giovanni, G. Carofiglio, A. Manzini per la potenza dell’espressività linguistica D. De Silva, M. Murgia, N. Ammanniti per l’originalità e l’apparente leggerezza dell’espressione M. Marziani, S. Veronesi, M. Agus ma potrei continuare a lungo, soprattutto volgendo lo sguardo oltralpe e ancora di più oltre oceano.

Aveva già avuto modo di mettersi in gioco attraverso altri concorsi letterari?

Nella primavera del 2017 ho dato alle stampe “Nel Pozzo”, edito da Antonio Tombolini ed. , il mio primo romanzo. Con questo ho vinto la VI edizione del Premio Artese, Città di San Salvo – concorso nazionale per opere prime - nell’estate 2018.


È un’esperienza che ancora tengo in un angolino del mio cuore per la splendida accoglienza e la gentilezza degli organizzatori ma soprattutto perché per la prima volta nella storia del Premio Artese Nel Pozzo ha messo d’accordo la giuria popolare e quella tecnica vincendo in entrambe le categorie.


La sua copertina, inoltre, ha vinto il 71° Premio Massarosa. Pensavo potesse darmi più soddisfazione in termini di diffusione, dato che moltissimi sono stati i riscontri positivi da lettori vicini e lontani. Purtroppo l’editoria in Italia percorre vie a me ignote, che mi paiono legate più alle esigenze di mercato che alla qualità del prodotto letterario. Non si spiegherebbero effimeri successi di lavori mediocri e l’assoluta indifferenza con cui scritti che reputo di grande valore, vengano ignorati (non parlo certo delle mie modeste produzioni ma quelle di scrittori di grande spessore culturale che giacciono nei fondi di oscure librerie, invenduti e soprattutto non letti!). Credevo che Nel Pozzo avrebbe aperto delle finestre ma il fallimento della mia piccola (ma coraggiosa) casa editrice non ha facilitato la promozione e la diffusione che (forse) avrebbe meritato. Cerco tutt’ora un editore coraggioso che voglia farne una nuova edizione, chissà se il signor Laterza vorrà pensarci …


Ora è la volta di A Volo D’angelo (2020) che contiene la novella vincitrice della Sezione Narrativa al XV Premio Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic e spero che la ea-lab editrice voglia investire tempo ed energie sul mio lavoro.

Quali finora le sue pubblicazioni?

Le mie prime esperienze di scrittura vanno ricercate in ambito psico-educativo (con altri ho scritto Percorsi di Formazione Alla Nonviolenza 1991 Satyagraha ed, (con riedizione arricchita del primo volume) Reti di Formazione alla Nonviolenza 1993 con Pangea ed di Torino)


A cavallo con il cambio di millennio mi sono occupato di gestione di gruppi e società che lavorano nell’ambito della agricoltura biologica, coordinando un progetto europeo che ha coinvolto diverse società della mia isola. Il saggio finale edito da Consorzio Ecosviluppo Sviluppo Sostenibile nel Marghine –Planargia e nel Sulcis Iglesiente (2001) racconta quest’avventura decisamente avanguardistica per i tempi in cui si è sviluppata.


Dopo questa esperienza ho incrociato l’Associazione Sardegna Belarus che si occupa soprattutto di accoglienza internazionale, e che mi ha coinvolto con la formazione alle famiglie che accoglievano bambini per il loro risanamento dopo il disastro nucleare di Chernobyl. Il risultato di questa collaborazione è il manuale “L’altalena di Chernobyl” (2006) edito da Armando ed.


Unendo infine la mia pratica clinica con le acquisite competenze letterarie ha visto la luce “Storie da Matti (2011)” – Vertigo editore, che considero un lavoro di svolta e di passaggio, in cui la psicologia sposa la narrativa, attraverso dodici novelle. Di qui svariate pubblicazioni di novelle e racconti brevi, pubblicate in antologie sarde e nazionali. Degli ultimi lavori, Nel Pozzo e A Volo D’Angelo ho già detto.


A cosa sta lavorando attualmente?

Da alcuni anni sto lavorando a due romanzi, uno dei quali è l’evoluzione di una novella contenuta in A Volo D’Angelo e un altro, molto impegnativo sul piano della ricerca storica, che penso mi darà da fare per i prossimi anni. Ho deciso di fare della narrativa la mia professione nella parte più matura della mia vita.

Per lei, come scrittore, il lockdown a causa del covid-19 è stato un momento che ha convertito in creatività oppure no?

Ho la fortuna di vivere nel centro di una città, in una casa dotata di ampia terrazza. L’inatteso silenzio per la mancanza di traffico, la cura delle piante, il lavoro manuale per piccole ristrutturazioni, l’insegnamento a distanza, i pazienti on-line, la lettura sono stati i miei compagni. La scrittura purtroppo no. Rischio di essere banale ma è la verità. La mancanza di libertà, la riduzione delle relazioni sociali, l’impossibilità ad uscire di casa non hanno favorito per nulla la mia produzione letteraria, anzi, stare davanti alla tastiera è stato in alcune fasi del confinamento quasi doloroso.


IL RACCONTO I° Classificato


A VOLO D’ANGELO

La domenica, alle prime luci dell’alba, Cagliari sonnecchia e a parte qualche lento spazzino e nottambulo di rientro, le strade sono deserte. E’ una fulgente mattina di maggio, luminosa e fresca allo stesso tempo. Cappuccio e cornetto al Bar Roma - nell’omonima via - e poi via verso il Sulcis. Nebida mi aspetta. La Statale 130 è fra le strade più noiose - per questo è anche fra le più pericolose - che io conosca. E’ difficile tenersi svegli, guidare su una striscia nera rettilinea lunga quasi cinquanta chilometri, che attraversa una pianura gialla, riarsa dal sole, molto simile alla porta di un deserto messicano. Ma non oggi, è una giornata che aspettavo da tanto e a Nebida mi attende zio Francesco. No, non è davvero mio zio, è un vecchio cavatore che conosce a memoria tutte le miniere fra Buggerru e Carbonia. L’altro giorno l’ho sentito per l’ennesima volta al telefono. Nonostante avesse la voce incerta mi ha detto nel suo italiano approssimativo. “Va bene! Sono stufo di sentirti chiedere, vieni di buon mattino che ti faccio sporgere dalla porta della galleria del Vecelli”. Era da tempo che facevo la corte al vecchio minatore e finalmente ero riuscito a fare breccia nella sua scorza. Zio Francesco ha una faccia che si potrebbe descrivere come antica e rugosa, in verità è proprio corrugata, come le colline di Nebida: un viso che potrebbe definirsi emerso dallo scisto più che scolpito, con profonde fenditure sulle guance smunte, brunite dal sole, solcate dal vento, armonizzate dall’acqua. Radi capelli bianchi, protetti da una coppola grigia che – probabilmente - li difende da decenni. La schiena denuncia un’età imprecisa e le mani leggermente ricurve e callose, ricordano senza indugio, il suo passato di minatore. Nonostante i giacimenti siano chiusi dagli anni sessanta, lui continua a viverli, per gli amici, per i piccoli gruppi di eletti, per gli indomiti innamorati di questo territorio o forse più semplicemente per nostalgia, abitudine, irresistibile attrazione per la terra. Avevo tentato decine di volte di farmi accompagnare dentro quelle miniere e non ero mai riuscito a convincerlo. Una pioggia troppo intensa, l’artrite che si risveglia, la nebbia che improvvisa sale dal mare con una libecciata, avevano sempre impedito di esaudire il mio progetto di vederle, queste antiche cave, filtrate dagli occhi, le mani, i racconti e l’anima di zio Francesco. Lui, che ci ha lavorato fin da quando aveva dodici anni e che rimane uno degli ultimi testimoni di un mondo passato e forse perduto. Sacerdote laico di un rito pagano che sa di zolfo, piombo e argento. Nel Sulcis le miniere sono consustanziali, sono la sua storia moderna, quintessenza della sua realtà, immutabile e contemporaneamente universale natura delle cose. Zio Francesco ne porta i segni nel corpo ricurvo, nelle mani artritiche, nel sentire silenzioso, nello sguardo che penetra gli anni e sa trasferire un sapere profondo che altrimenti morirà con lui.
Lasciata Iglesias e la piccola galleria che immette nella SS 126, già mentre si scende verso Carbonia, le miniere ti compaiono davanti con le terre di riporto, grigie, rossastre, ferrose di Monteponi e ti seguono con mille case diroccate, antichi macchinari dismessi che solo cinquanta anni fa, (distanti come appartenessero a un’altra era geologica), erano dei mostri di ferro e fumo, che cavavano materiali dal ventre della terra e deponevano migliaia di tonnellate di fanghi dilavati proprio sui margini dove ora la strada corre. Il sole del mattino, illumina quelle colline innaturali che mirti, ginestre e arbusti stanno faticosamente ricoprendo, come fossero davvero colline che da sempre regnano sovrane e non siano, come sono, un infinito termitaio, artificio suburbano dell’attività estrattiva che ha sconvolto il paesaggio originale. Le vecchie case dei minatori, quasi tutte costruite in pietra, ti osservano con le loro orbite vuote, gli infissi penzolanti, i tetti di travi in legno perforate dai tarli e con il cielo al posto delle tegole. Superato lo svincolo che immette nella SS 83, anticipato da folate di vento che ne trasportano il profumo, il mare. L’azzurro intenso è improvviso e si perde verso le isole Baleari, dalla battigia di Fontanamare. Ma è un attimo e subito ti ritrovi fra i tornanti della litoranea che serpeggia fra gli strapiombi e l’azzurro del cielo che lotta con quello del mare. L’autoradio, come avesse capito di essere in un limite, un confine, un margine, comincia a sintonizzarsi con le antenne della Spagna. La strada è stretta e in ogni stagione, con qualunque temperatura o fortunale, trovi sempre gruppetti di turisti che a bocca aperta ammirano la costa, scattano fotografie nell’incerto tentativo di portare a casa uno sbiadito ricordo di quell’emozione, di quei paesaggi; riempiono i polmoni d’aria di infinito che mostra, a momenti, la sua natura selvaggia, la risacca feroce di un mare bello e terribile, che in ogni momento pare ricordare agli uomini, la loro piccolezza, l’ impareggiabile grandezza della natura, la sua magnifica potenza tradotta in onde, scogli, faraglioni e diruppi. Con questa veduta ancora negli occhi accosto la mia automobile davanti al bar La Piazzetta, dove zio Francesco mi aspetta sorbendo il suo ennesimo caffettino.
“Oh Anto, credevo che non venivi più”, mi dice stringendomi la mano, “voi casteddaiusu siete strani, mai che ci si possa fidare. Avevamo detto a mengianeddu chizzi[i]: sono qui dalle sette che ti aspetto”. Zio Francesco scusami, ma per me, ora è mengianeddu chizzi, sono le otto e venti … si sono appena svegliate le galline a Nebida … “Ellusu![ii]”, si limita a rispondere il vecchio, che subito è in piedi e si dirige verso la macchina. “Aiò!, che non facciamo in tempo a vedere nulla”. In breve mi guida all’ingresso della miniera di Porto Flavia, ancora una volta chiusa al pubblico per infiltrazioni d’acqua. L’amministrazione di Iglesias da sempre permette al vecchio Francesco di entrare a “casa sua”, come la chiama lui, e portare qualche amico. Oggi questo privilegio è finalmente toccato a me. Armati di scarponi e lampada, entriamo in galleria e zio Francesco - qui dentro - sembra ringiovanire: mostra, racconta, si ferma a riflettere e poi riprende a camminare come se fra i mille ricordi e pensieri, scegliesse quelli adatti a me. Saliamo e scendiamo fra vecchi nastri trasportatori, depositi scavati nella roccia, impalcature in legno che costringono ad abbassare il capo, scheletri di compressori e perforatrici Tex 30, con cui i minatori violavano la terra, a torso nudo, caricando i materiali su piccoli vagoncini che si allineavano, come un enorme bruco, a una motrice minuscola ma potentissima, che trascinava il carico fino alla tramoggia d’uscita di Porto Flavia. “Vedi Antonio, io stavo qui dentro, a volte anche dodici, tredici ore. D’inverno entravo che ancora la notte non era andata via e uscivo che era tornata. C’erano periodi che non vedevo la luce del sole per mesi, fino alla primavera. Io e sa bonanima di Peppineddu Trincas, ci abbiamo trascorso la gioventù intera qui dentro e quando arrivava il sovrastante, Jaime Porcu- ‘stizzia du tiridi [iii]- dovevamo far finta di essere freschi e riposati, perché altrimenti il giorno dopo era capace di lasciarci all’ingresso, senza paga. Chi glielo diceva poi a babbo che quella mattina Jaime Porcu non ci aveva preso, fianta croppusu e basta![iv]” La voce di zio Francesco risuonava profonda in quelle gallerie e i vecchi binari aiutavano a orientarsi nel labirinto oscuro. A tratti il cammino si faceva silenzioso. Si sentivano solo i rumori dei nostri passi e il respiro pesante del vecchio. Più andavamo avanti nell’esplorazione, più aumentavano i silenzi. In principio li interpretai come pause necessarie a Zio Francesco per riprendere fiato, poi capii che taceva appositamente, voleva farmi sentire il respiro della montagna. Ogni tanto si arrestava e con l’indice alzato sembrava attirare la mia attenzione su un suono, uno scricchiolio, l’eco di un tonfo che probabilmente sentiva solo lui e che veniva da chissà quale luogo o tempo remoto e risuonava nel suo animo. Dopo alcune ore di cammino: “Saliamo su, alla seconda galleria, quella che sbuca davanti al Pan di Zucchero” dice l’anziana guida.” Lo scoglio più grande d’Europa, davanti a cui attraccavano le navi da trasporto” - dico io-, per mostrare al vecchio di non essere del tutto estraneo alla storia di quei luoghi. “L’ho visto, durante una gita in gommone, fatta proprio per ammirare i cinque faraglioni di cui il Pan di Zucchero è il re incontrastato. “Ehh”, sospira Francesco, “quanto tempo è passato, quante volte ho dato il cambio a Peppineddu e sono rimasto in bilico sullo strapiombo, aspettando che la stiva della nave di turno fosse piena…” La voce di Zio Francesco era lievemente cambiata, quasi si fosse riempita di malinconia, per qualcosa che non riusciva ad emergere, a tradursi in parole. “Mio padre, anche lui minatore, ha assistito all’inaugurazione della porta Vecelli, che di sua figlia ha preso il nome, nel 1922, Flavia. E mio nonno ha accompagnato in queste stesse miniere Gabriele D’Annunzio, nel 1882”. A quella rivelazione io - usando un’ironia di cui sicuramente zio Francesco non si è accorto, ho detto pensando al poeta abruzzese– “e il Vate non ha lasciato nemmeno una poesiola o una firmetta in questi luoghi, strano!”. Come è noto il D’annunzio è stato in Sardegna, nella primavera di quell’anno e come i cani che marcano il territorio ha lasciato un po’ in giro i segni del suo breve ma intenso passaggio, a Villacidro, a Oliena e Cagliari. “Oggi” ha ripreso l’anziano minatore- “è solo uno degli scorci più belli del nostro mare di Sardegna, eppure, se potesse parlare, ne avrebbe di storie da raccontare. Arrivano qui anche i giapponesi per ammirarla, questa benedetta porta Vecelli, ma io ho visto più di un compagno, vinto dalla stanchezza, addormentarsi su quella balaustra che dà al mare e alcuni, purtroppo cadere giù, come sacchi di cemento senza anima. Quando arriviamo in alto ti mostro il punto esatto dove ho visto finire tante giovani vite.”.
Procediamo ancora per un buon quarto d’ora, in cui il vecchio non parla più, il suo respiro si è fatto incerto, quasi come di chi ricorda, rimugina e insieme trattiene le lacrime. Per discrezione taccio anche io, fin quando in lontananza si vede un primo bagliore, poi una luce sempre più intensa. Ci siamo. Siamo arrivati. Un’ enorme porta in pietra e cemento, coronata dalla scritta Porto Flavia, si apre su un paesaggio unico al mondo. Sua Maestà il Pan di Zucchero giganteggia proprio di fronte a noi, rendendo con un effetto ottico ancora più grande lo strapiombo di un centinaio di metri che si apre sotto di noi. A proteggerci c’è solo una balaustra in cemento che ci arriva alla cintola. Un sistema di scale percorre la parete a piombo sul mare e sembra preso da un quadro di Eschere, quelli in cui non si comprende il sopra e il sotto, chi sale e chi scende, qual è lo sfondo e qual è il soggetto in primo piano. La luce che inonda tutto è potentissima, abbacinante, in relazione allo scuro della miniera. Il Pan di Zucchero o, Concali su Terràinu, come ancora alcuni anziani locali lo chiamano, è un faraglione che si erge dal mare svettando per 133 metri a poca distanza dalla costa, come una montagna che prenda vita dal mare e si stagli in verticale sfidando la gravità. Abituo pian piano la vista e volgo lo sguardo alla spiaggia di Masua, poi verso l’orizzonte infinito del mare, in cui si scorge indistinta la costa che arriva fino all’oristanese: tutto è luce e silenzio, mentre nel fondo il mare sembra placido, troppo lontano per far giungere fin qui il suo sciabordare. Mentre cerco di collocare dentro di me tutte queste sensazioni, scorgo zio Francesco che, con passo decisamente ringiovanito, è già salito per alcune scale. E’ giunto al parapetto più estremo della porta Vecelli, proprio dove un tempo collocavano la tramoggia di carico per le navi. Si volta un attimo e mi pare faccia cenno di raggiungerlo. Con mille attenzioni salgo anche io per quei gradini corrosi dalla salsedine e quando raggiungo l’anziana guida lui è in piedi sul parapetto. Non capisco come abbia fatto a sollevarsi fin là sopra e non comprendo nemmeno le parole che le sue labbra sussurrano all’orizzonte, forse una preghiera o chissà quale dialogo interno. Sotto di lui un balzo che sembra infinito. Il vecchio in ultimo si volta, mi sorride e senza un apparente motivo spicca un perfetto tuffo all’indietro. Come in una scena al rallentatore non ho il tempo e il modo di fare nulla se non vedere quel corpo volare, improvvisamente elastico, elegante, flessuoso. Zio Francesco spalanca le braccia e il vento strappa via la coppola dalla sua testa, gli scompiglia i radi capelli, fa svolazzare la sua giacca tanto che sembra avere le ali, quelle di un uccello preistorico che, in un perfetto moto a planare, esegue un impeccabile tuffo a volo d’angelo, con il quale arriva giù e scompare. Nel mare.


[i]Al mattino presto;
[ii] … e come no!;
[iii] … che la giustizia lo perseguiti;
[iv] erano botte e basta.


Motivazione della Giuria

Una scrittura fluida capace di evocare paesaggi naturali e dell’anima. Luoghi disegnati con l’inchiostro indelebile delle proprie radici, col colore vivo del rispetto per ogni vissuto. Un viaggio all’insegna di una bellezza che non urge essere interpretata, bensì vissuta.

Assunta Spedicato.


Nota del Presidente di Giuria

Al termine di questa lettura si po’ sentire l’odore pregnante dello zolfo della miniera, o l’acre sudore dei minatori, le loro fatiche, le loro lacrime. La memoria vivente dello zio Francesco conduce il giovane per labirinti tortuosi in una visita sconvolgente e pregna di sensazioni. L’epilogo è significativo di una intera vita immolata al lavoro e alla sofferenza, con la fermezza e la determinazione di genti antiche, sempre artefici del loro destino pur se oppresse, ma sempre pronte a spiccare l’ultimo volo di libertà.

Giuseppe Laterza.

mercoledì 16 settembre 2020

XX Edizione Premio Letterario Antonianum 2019- Annullata la Premiazione

 A causa della scarsa adesione a partecipare alla serata di premiazione prevista a Milano il 17 ottobre 2020, la cerimonia è stata annullata.







martedì 1 settembre 2020

Notte Bianca della Poesia X* Edizione

GIOVINAZZO E MOLFETTA - Da venerdì 4 a domenica 6 settembre a partire dalle 19 Giovinazzo e Molfetta ospitano la decima edizione della "Notte bianca della poesia", 3 serate dedicate alla lettura e alla declamazione di testi in italiano e in vernacolo barese.

A causa delle norme anti Covid, l'evento che in genere si tiene in una sola giornata è stato infatti suddiviso in 3 appuntamenti: venerdì 4 e sabato 5 settembre presso l'Istituto Vittorio Emanuele II di Giovinazzo (situato in piazza Vittorio Emanuele II, 15) e domenica 6 settembre presso Banchina Seminario a Molfetta.



L'appuntamento del 4 settembre sarà allietato dall'Ensemble di ottoni

"IL CENACOLO"


Giovinazzo 5 settembre



Molfetta 6 settembre

Cambia per l'ultima serata la location, non più presso la Banchina Seminario, bensì presso Il Teatro di Ponente a Molfetta.

L'intervento dell'artista Andrea Ciresola a "Libri nel Borgo Antico"

Bisceglie, anno 2020

Si è conclusa con successo domenica 30 agosto l'XI Edizione della rassegna dedicata al LIBRO, promossa dall’Associazione Borgo Antico. A fare da sfondo alla manifestazione il suggestivo borgo medioevale di Bisceglie che si affaccia sul mare. E sul mare, precisamente sulla banchina del porto in Via Nazario Sauro, l'autore Andrea Ciresola, moderato dalla poetessa Assunta Spedicato, ha presentato la sua raccolta "RACCONTI PER L'ORA D'ARIA", Giuseppe Laterza Edizioni.

















mercoledì 26 agosto 2020

XI Festival LIBRI NEL BORGO ANTICO




Intervista al poeta FLAVIO PROVINI

 I° Premio Poesia al XV° Premio Letterario Internazionale NAPOLI CULTURAL CLASSIC



Flavio Provini, autore della poesia “Via D’Amelio”, premiata al I° posto nella Sezione Adulti dedicata alla Poesia Inedita del XV° Premio Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic, ci parli di lei.

- Quale migliore risposta se non con un mio acrostinomio, cioè un acrostico con il mio nome e cognome?

FLAVIO PROVINI
(acrostinomio in endecasillabi rimati)


F - Fino a che con cipiglio sbarazzino
L - lavorerò con grinta, con passione
A - al sogno che mi sfugge cardellino,
V - volerò come libero aquilone
I - indipendente, folle scribacchino
O - oltre il nevischio della convenzione
P - per tracciar sulla carta il mio destino,
R - raccoglierò la E dell’Emozione
O - offrendo al caro ignoto ed al vicino
V - versi di pace, amore, fede, unione
I - incanti per chi dentro è fanciullino
N - note di Muse, rime a profusione,
I - indifferente al mondo truffaldino.


Sono avvocato da circa dieci anni, lavoro in una pubblica amministrazione lombarda come funzionario addetto alle sanzioni amministrative e, per buona parte del mio tempo libero, mi getto a capofitto nel mare della poesia, per cui anche gli amici ora mi qualificano, con un pizzico di bonaria ironia, come “poeta”. Senza dubbio è un titolo pesante da portare perché i poeti che studiamo a scuola hanno plasmato indelebilmente il nostro passato. Tuttavia penso che, in fondo, tutti noi siamo artisti della vita e la rendiamo originale con le nostre idee e soprattutto con le nostre azioni. 

Quando e come ha preso coscienza del proprio talento espressivo, ne ricorda i particolari?

- Ringrazio davvero per il complimento. Quattro anni or sono mi convinsi a partecipare ad un concorso letterario, senza nutrire particolari ambizioni. Andò bene e ciò mi incoraggiò a proseguire con gli esperimenti in versi fino ad acquisire uno stile personale. Mi accorsi presto che lo scrivere presuppone il “guardarsi dentro”; la poesia è un’espressione della nostra anima, forse quella più recondita, timida, apparentemente impenetrabile. E questo sforzo, una volta condiviso, faceva bene a me così come a chi mi leggeva. Calvino diceva che la fantasia è “un posto dove ci piove dentro”. Ecco, il poeta raccoglie l’acqua e la trasforma in inchiostro su carta; ma l’ispirazione viene sempre da fuori, da un cielo spesso plumbeo e nuvoloso, che promette tempesta! Non a caso molte opere nascono in un periodo di solitudine, di meditazione, di buio, a volte come risposta naturale ai fatti avversi.

 

Quali gli autori che hanno contribuito a delineare il suo percorso?

- Sono stato accostato dai critici a vari autori celeberrimi. Paragoni imbarazzanti, in realtà, per chi ha iniziato da così poco: Cecco Angiolieri, Pascoli, Trilussa, De André…forse per la capacità di scrivere in rima, accompagnata all’'ironia sottile, pungente, a volte irriverente, che spesso serpeggia tra le interlinee…più che ad un autore io attingo dalla realtà. Quasi tutte le mie liriche sono il risultato dell’osservazione di quanto mi accade intorno, rivisitato, edulcorato, a volte enfatizzato dalla penna.

 


Quali, a suo giudizio, gli aspetti che contraddistinguono il suo stile?

- Certamente l’attenzione metrica, al ritmo e più in generale all’uso della parola. Tempo fa scrivevo quasi esclusivamente in rima, ora mi sono ravveduto ma solo in parte: le rime nelle mie liriche più recenti ci sono seppur non chiudano sempre il verso, ma sono dislocate all’inizio o al suo interno. Utilizzo anche allitterazioni e assonanze per conferire musicalità al testo, perché ritengo che la poesia, come la canzone, debba essere orecchiabile. Ma questi sono solo dettagli stilistici. Il dettaglio principe, quello che fa la differenza, è l’emozione che la Poesia deve suscitare per definirsi tale. Quando scrivo devo emozionarmi io stesso e se non mi riesce….cancello tutto! Un’opera che è un puro e asettico esercizio di stile, per quanto formalmente ineccepibile, non arrivando al cuore non può proprio convincermi.

 

Ha progetti in cantiere, ce li può svelare?

- Sto curando un paio di pubblicazioni, frutto della vittoria in altrettanti concorsi. Vogliono essere queste il mio modesto contributo permanente al mondo della poesia; non ho velleità di successo in un ambiente complesso e pieno di insidie. Mi piacerebbe solo poter essere apprezzato anche da chi non è del settore, non bazzica i reading o le premiazioni: chi scrive lo fa per sé, per esigenza personale, ma il riscontro della bontà del suo sforzo deve darlo il pubblico dei lettori. Se qualcuno, leggendo un mio libro, mi dicesse, in tutta sincerità, “mi piace”, “mi ci sono ritrovato”, oppure “mi è scesa la lacrimuccia”, avrei vinto la mia personale scommessa: diffondere un sentimento di comunanza, unione di vedute, di solidarietà attraverso un linguaggio diverso dalla prosa.

 

Crede che la poesia attualmente godi di buona salute?

- Parafrasando Warhol, gode della sua finestra di notorietà. Gli editori sostengono a ragione che i libri di poesia non li legge nessuno. Però è anche vero che i mass media riconoscono ai poeti sempre più spazio. Fioccano congressi come per materie scientifiche, i reading sono sempre più trendy, i concorsi letterari, seri o farlocchi, spuntano come i funghi, sui quotidiani non mancano trafiletti a tema. Insomma, gli operatori del settore hanno captato il crescente interesse per la poesia e intendono sfruttarlo per crearne un nuovo business. Ma più che la buona salute della poesia conta la nostra salute: per il lettore la poesia è cibo per l’anima e, come tale, è gradito e digerito solo se di buona qualità. Lo è se veicola valori positivi fondanti la pacifica e consapevole convivenza civile: la ricerca della verità, la giustizia sociale, la solidarietà, la proattività per migliorare noi stessi e gli altri.

 

Cosa pensa dei concorsi letterari in genere? Trova sia utile parteciparvi?

- Come anticipato, ormai c’è l’imbarazzo della scelta! Chi vi partecipa dà senza dubbio un buon esempio in termini di sostegno alla diffusione della cultura sul territorio, in un ambiente in cui i fondi e gli sponsor paganti scarseggiano e le quote di iscrizione a volte non coprono nemmeno l’ammontare delle spese organizzative. I concorsi rappresentano poi occasioni di conoscenza o ritrovo tra persone affini, di scoperta di luoghi incantevoli anche se non famosi ai più, di arricchimento spirituale notevole.

Però alcuni di loro potrebbero (e dovrebbero) “svecchiarsi”, rinnovandosi in alcuni aspetti: ad esempio, l’introduzione di nuove e moderne sezioni (haiku, video-poesie, poesie con immagini, ecc.), o di forme differenti di premialità in luogo delle usuali pergamene, medaglie, targhe, e – aggiungerei - una maggiore attenzione ai giovani, agli under 30, ai “poeti” del prossimo futuro.

 

Si ringrazia l’autore Flavio Provini per le sue schiette e argute risposte e vi lasciamo alla lettura della poesia vincitrice della XV edizione del Premio e delle motivazioni.


Via D'Amelio

(al giudice Paolo Borsellino, alla sua scorta)


Ora che la sveglia non squilla più alle cinque
e ingiustizia è fatta sullo scranno del tempo,
io danzo farfalla bianca in un pulviscolo di ricordi
e nuvole sospese sul tramestio dei vivi,
assolvo un Dio che si genuflette come fosse il reo
di quel boato, un neo sulla pelle del passato,
con il mio corteo di cinque amici ancora appresso
nel cielo dove il sole è un bocciolo di zagara.

E ci stringiamo insieme, io e i miei ragazzi
strappati ai roseti in fiore come spine fastidiose,
piantiamo a memoria il seme del perdono,
un segno di vittoria che ora echeggia nelle scuole,
sulle stampe ingiallite dove ancora sono
fiero nel gessato grigio su misura
un sorriso scucito ai baffetti per non tradire
la paura che mi azzannava il cuore,
e i miei figli in sogno che si sbracciavano
mentre salivo i gradini del Palazzo Azzurro.

Non ho più toga adesso, né un arsenale di illusioni
neppure il caldo abbraccio di un’idea onesta
a coprire membra implose come petardi
in uno scoppio che capovolse il giorno,
là, da mia madre, sul davanzale dell’estate.

E faccio ancora l’amore coi commi della legge
mi inebrio di fragranze di precetti,
di parole belle, come lealtà, rispetto, buon costume
di assiomi che scuotono il tetto delle istituzioni.
E li ripeto, li ripetiamo in coretto, io e quei cinque eroi
Agostino, Vincenzo, Claudio, Walter, Emanuela
quando ricordiamo il gas che scalzò l’abbaglio viola
i coriandoli che fummo su lamiere e calcinacci
la ruggine del vespro giunto troppo presto
la bolla che ci fagocitò prima della stretta del silenzio
e le sirene delle volanti che non sentimmo,

già farfalle bianche su una nube di tritolo
in quel volo di metà luglio, in Via D'Amelio.

Motivazione della Giuria

È la sveglia, con tutti i suoi significati simbolici, ad aprire questa bella poesia e a restituire nell’immediato un doloroso senso d’incompiuto. Alla sveglia è infatti assegnato il compito di scuotere, a dispetto del suo odierno silenzio, le coscienze intorpidite dal tempo.

A parlare è l’uomo insonne, immobilizzato dalle circostanze, quasi fosse rimasto fermo in quel lasso di tempo dilatato che precede il mattino, quando il sonno cede il posto alle ansie e si resta in attesa che il suono della sveglia irrompa per dare finalmente inizio a un nuovo giorno. E diviene probabile immaginarlo lì, protagonista ora d’un tempo d’attesa, fermo nella speranza che la giustizia possa tornare un giorno a squillare, a interrompere definitivamente l’incubo, come l’oscuro presagio di morte che attanagliò i suoi ultimi giorni.

Altrettanto efficace è l’analogia creata, dove un Dio pietoso è portato a genuflettersi per una colpa non sua, per un peccato ancora più grave di quello originale e che costò all’umanità la perdita del Paradiso terrestre.

I versi proseguono fluidi, in un crescendo lirico che osserva l’uomo specchiarsi nella realtà, con indosso la sua veste più intima, spogliato di tutto, della toga, persino del caldo abbraccio di un’idea onesta. Eppure si avverte, oltre la coltre, l’avanzare di un concetto: nessuno potrà mai più separare dall’idea di Giustizia l’immagine dell’uomo e di quei cinque eroi, ciascuno fedele alle proprie scelte ed eternamente disposti a far l’amore coi commi della legge.

Assunta Spedicato.

Nota del Presidente di Giuria

Per niente avvantaggiata dalla notorietà della vicenda trattata, la poesia si snoda piacevolmente creando rivoli di ricordi e di riflessioni, forgiando una immagine completa di sensazioni e condizioni reali che danno al lettore l’idea di viverne ancora oggi la cruenta verità, un monito su cui meditare affinché altre farfalle possano volare felici e non perire di ingiustizia e violenza.

Giuseppe Laterza.

sabato 1 agosto 2020

Concorso “Invito alla poesia” XIII Edizione 2020

Trieste

Un invito ad incontrarsi come poeti, a conoscere e riconoscere i nostri valori più profondi attraverso la parola fine e “onesta” (Umberto Saba) della poesia. Un concorso (e una associazione: Poesia e Solidarietà) nati dal desiderio di curare la parola, ascoltandola quasi con trepidazione nelle più umili delle sue sfumature e facendone pepite di luce.
Nella immagine di copertina: in festa dopo le premiazioni.

La giuria composta da


Hari Bertoja, Sofia Cassanelli Apostoli, Elena Giacomin, Maria Luisa Grandi, Ottavio Gruber, Assunta Spedicato, Fabrizio Stefanini, Gabriella Valera, 

fra le 671 poesie pervenute ha indicato i seguenti vincitori dell’edizione 2020 del Concorso “Trieste…Invito alla Poesia”



Introduzione

Per una poetica del dolore. Poesie dal nostro tempo
di Gabriella Valera e Ottavio Gruber

Il valore della testimonianza e la poesia.
Quando viene dato alle stampe un libro di poesie di vari autori, ai quali non sia stato assegnato un tema comune per una loro consapevole autoselezione, spetta in genere al curatore, o ai curatori, il compito di ritrovare se possibile, un motivo che li accomuni in un canto quasi corale, in un comune e reciproco sentire, che, come per un’alchimia indifferibile, rimanda da un testo all’altro, da una speranza a un tenue coraggioso dire, da una disperazione a un vuoto profondo, da un vuoto d’amore a un infinito amore.
Nel caso della nostra antologia che è il frutto di una selezione per un concorso, a renderla preziosa come un tutto di pensiero e di sentimento è stato anche il lavoro della giuria che ha impresso con le sue scelte le sfumature della sua condizione umana, e “lo spirito del tempo”. Questa antologia, non tematica, reca in sé il segno del tempo in cui è nata. Tempo di pandemia, tempo di dolore profondo. E se anche le poesie inviate non ne riflettevano il senso e la realtà effettiva, ci si è ogni volta dovuti
domandare perché gli autori selezionati (e merito va anche a quelli non selezionati) hanno scelto proprio quella e non altra poesia a testimoniare la loro condizione di poeti in questo tempo.
Il rapporto fra dolore e poesia è stato spesso oggetto di riflessione da parte della critica. Talora un po’ artificiale quasi obbligato come argutamente scrive Antonio Girardi in “Poeta per dovere”, quasi che il poeta temesse di rimanere al di qua della poesia preso dalla frenesia di “raccontare la sua anima a brandelli” piuttosto che conservare la voce genuina del menestrello senza provar vergogna di denudare i sentimenti. Oppure il rapporto fra poesia e verità/giustizia, come in “Azzeccate” di Mauro Milani.
Indubbiamente c’è una grammatica del dolore, un insieme di parole e locuzioni che ne articolano il discorso (rimpianto, nostalgia, solitudine, assenza e molte altre), una “retorica” del dolore (nel senso alto del termine: i suoi luoghi comuni in cui ritrovarsi con anima consonante e lamento corale: la morte, la guerra, la crudeltà…).
Ma cosa solleva ciò che vien detto e scritto sul dolore al livello misterioso e ogni volta peculiare della poesia?
Una “poetica” del dolore restituisce la sua identità drammatica, la sua radice incisa nell’animo dei protagonisti del testo e del poeta, del loro esistere lì dove il dolore accade, urla, si ripiega su se stesso o cerca riparo, coinvolge su un piano di eguale, metafisico incontro l’umanità e la natura, si riconosce come “fatto” della storia o infine si sublima in un dato d’amore.
In questo senso il libro che qui ci si presenta riesce ad elaborare una “poetica” del dolore, che non incrudelisce ma quasi consola e chiama alla pietà.

La vita offesa
Il dolore è “disumano”, è un’offesa alla vita, una sua mutilazione. Eppure la poesia di Laura Vargiu, “Come fiori su mutilata fronda”, che ha meritato il primo premio, ha versi di straordinaria commovente umanità. Come infinitamente sorelle due donne in una notte d’ospedale si comprendono attraverso “l’idioma sotterraneo della pelle/ poiché non occorre sentire parole” per “avvicinare distanze tra esistenze ferite”. La poesia è parola che sublima parole (come nota Fabrizio Stefanini nella motivazione), la vicinanza sta oltre l’abisso. “Dopo aver riposto il sudario della mia morte/ trattengo leggera tra le ciglia socchiuse/ il peso dell’ombra del tuo respiro”. La sorella sembra avere un cuore di madre perché il cuore delle donne è materno per sempre, rigenera e rinasce tra rugiada di lacrime, fiorisce anche dalla mutilazione in naturale germoglio.
Così la vita offesa, in naturale abbandono di pietà e di lacrime, trova una sua salvezza.
Nella poesia di Laura Vargiu sono presenti tutte le sfumature di una complessa poetica del dolore proprio perchè l’idea di mutilazione tocca il corpo e l’anima. Ma sono molte le poesie di questo libro in cui essa si declina da motivi diversi nelle modalità diverse dell’assenza, della mancanza, della violazione.
C’è la giovinezza incosciente “violentata” dalla guerra, in “Solo il buio sente” di Federica Bordin. L’“odore della guerra appena dopo l’orizzonte”, come a dire appena dopo lo spazio conosciuto e amico, parole lette nei “cumuli di mani a segnare un dove assente”; e c’è la morte come “agonia di ineffabili assenze” nella poesia “Chiedimi ancora di lui” di Rita Muscardin che invoca lo “smemorare” dell’assenza nell’immenso che si scorge “fra una stella e il cielo”. Così che fra l’assenza e la vita si insinua il tema della memoria.
In “Le parole del silenzio” di Claudia Ruscitti (si noti come “parola” e “silenzio” ritornino quasi a costituire un basso continuo che soggiace alle diverse variazioni) si parla di un “delirio di assenze e di distanze”; ma “la tua ombra mi è rimasta accanto/ e invoca il nome mio lontano/ le mani tese, il carro grigioverde sotto la filigrana delle stelle”; “oscuro” è “il fulgore del mistero”. È una morte crudele e contro natura quella che attraversa le poesie del libro e l’animo degli autori e dei lettori, dentro una realtà di difficile comprensione quale quella pandemica, talora indicata esplicitamente talora soltanto allusa. Per questo forte è il contrasto fra l’offesa alla vita e lo splendore di una natura circostante forse indifferente, forse testimone alle nostre coscienze di un tempo nuovo che attende. Lo sottolinea l’ossimoro di un fulgore oscuro che suggerisce il mistero.
“Marzo 2020” di Rosella Guglielmetti è una presa di coscienza del proprio essere nel tempo della pandemia. Come sottolinea Sonia Cassanelli Apostoli nella sua motivazione, la città taciturna è violata dal “grido delle spaventose ambulanze”, la primavera è “beffarda”, ma la vita, offesa, urla
più forte della morte. Tutto sembra essere un monito: “Voi sapete”.
E ancora, in Ivan Tudisco, “Uomo contro uomo” la guerra che sottrae “abbracci, luci, risvegli e baci impazienti”, ed è solo crudeltà senza giustificazione né differenza fra la camicia rossa o la nera, senza riparo che non sia il riemergere della memoria come un seme nella terra ferita: “Chi venne dopo tentò di portare un Cristo sorridente, ma lo trovò già lì, mentre soffriva abbandonato sul catrame”; “ora ridateci un solo giorno per raccogliere i nostri morti”, “se siamo seme ridateci la terra”, con un passaggio al “noi” che fa emergere questo canto direttamente dal cuore di una storia plurale e collettiva. Come del resto nei ricordi forti e “pieni di dignitosa sofferenza” (secondo Ottavio Gruber nella motivazione) di Gino Zanette, “Ho camminato a piedi scalzi”: ricordi che sono viatico e insegnamento rivolto alle nuove generazioni raccontando il dolore di un “nulla crocefisso”, privazione totale, morte sperimentata nel cammino della vita: “Guidava un passo che stava nel mio piede, nella carne il nulla crocefisso
di stagioni perdute, di donne disperate, caduto il pesco che fronteggiava incanutito il sillabare del vento”.
Dobbiamo ancora citare in questo stesso ordine di discorso la crudeltà di una guerra incomprensibile che violenta e uccide l’infanzia, in “Amir degli angeli”di Rosella Lubrano, che riprendendo lo stile di Spoon River fa parlare Amir di Aleppo che aveva sette anni quando “sotto un cielo attonito e addolorato” perse la vita.
Oppure “Cavallo Bianco”, di Stefania Zitella, in cui la “vita offesa” (per riprendere il titolo di questo paragrafo della nostra introduzione) è vittima di altra crudeltà: quella dei trafficanti di esseri umani, e in particolare dei venditori di “carne” che tolgono nome e dignità, nome e identità a una madre, il suo nome è Andrea, e all’ “ombra” del suo bambino, Antonio.
Dall’uno all’altro “luogo” della violenza e del male sembra non esserci una differenza: l’essenza del dolore è privazione, mancanza; lo dicevano già i filosofi antichi, se non fosse che nella nostra contemporaneità, nelle testimonianze del nostro tempo che la poetica del dolore di cui è percorso questo libro ci restituisce, la dimensione storica ed esistenziale sono presenti in ogni parola, in ogni ritmo e movenza di cui i testi si dotano per esprimerla in pienezza di sentimento.
Siamo quasi sempre nello stesso ordine di discorso e soffriamo egualmente quando si allude all’oggi della pandemia o all’oggi/ieri delle guerre, all’oggi/ieri della violenza per crimine o per corruzione.
Nella poesia di Salvatore Cutrupi “Se questo tempo” la sofferenza è ancora una volta “mancanza”, privazione di spazi e di libertà (con riferimento chiaro alla contingenza pandemica), ma è anche a ben leggere una metafora di ogni solitudine: quando si resta completamente soli non è lo spazio che manca ma il “tempo” con i suoi equilibri e le sue misure, la vita dunque e si confondono speranza e bugia nello sguardo verso un futuro che non si comprende più perché non c’è il presente.
Il tempo è ancora un termine essenziale nella grammatica e nella retorica del dolore poeticamente innalzato dai nostri autori come ad interpretare insieme la nostra condizione, oggi, qui.
Davide Rocco Colacrai in una poesia che rievoca l’attentato al magistrato Borsellino, vi fa riferimento sin dal titolo “57 giorni”. La contrapposizione fra il “prima” e il “dopo” dell’attentato si sintetizza in un tempo che precipita: “il tempo era incerto sulla punta di quelle dita […]” mentre ancora la vita accoglieva le sue consuetudini; “per un attimo cavo e denso come l’eternità” precipitò l’inferno. Anche in questo caso un ossimoro che non può sfuggire alla sensibilità del lettore: l’attimo dell’evento è denso di eternità. I pensieri, con la loro continuità la loro attesa, sono”annullati dalla certezza”, nell’attimo dell’evento; e già il tutto si trasforma in memoria, eppur pregna di una percezione di apocalisse, irrimediabile, eterna, futura, senza tempo nella sua essenza profetica: “Lingue di fumo che mordevano
voraci quanto restava dell’aria azzurra già nel ricordo si allungavano come lacrime amaranto nell’estate a renderle un’apocalisse”.
C’è speranza?
È un vento silenzioso “quasi astratto” , suggerisce Vittorio Di Ruocco in “Il vento silenzioso della morte”, quello che attraversa la “piazza vuota al colmo del mattino”. Qui l’ossimoro fra il vuoto della piazza e il colmo del mattino intercetta la percezione di “astrazione” dalla concreta situazione, quasi ad attribuirle un significato assoluto, fuori da ogni contingenza concreta. E si leva allora, per la voce del poeta, una invocazione alla speranza: “insegnaci ad usare le parole raccolte lungo i viali del silenzio”.
Parola e silenzio: tutto il mistero dell’uomo è in questo binomio che lo avvolge e lo tormenta.
Chiudiamo allora questa prima sezione del nostro percorso critico citando “Virus” di Silvana Sonno: “muoiono i vecchi, muore il Novecento, è questo l’armageddon della storia. Un secolo di mali e di tragedia si scioglie dentro i letti d’ospedale”[…] Il virus mira dritto al cuore stesso di un segmento ultimo di Storia, la Mia storia e mi sussurra come fanno loro le potenze invisibili del fato di acconsentire a chiudere la porta […] ma quanta, quanta ancora nostalgia…”.
Ciò che in Colacrai era Apocalisse, in Cutrupi oscura perdita senza rimedio, in Vittorio Di Ruocco percezione di un male che è oltre la contingenza pandemica, in Laura Vargiu mutilazione fisica e morale, in tanti autori citati violenza e violazione, privazione e mancanza, in questa poesia che (forse unica nel libro) direttamente e senza copertura cita il “Virus”, è catastrofe di una specifica Storia, una storia di tragedie, quella del Novecento.Va notato che l’autrice Silvana Sonno non cede al luogo comune di una tensione fra grande storia e piccola storia, privata personale. La “Mia” storia ha come la storia tout court la lettera maiuscola, è grande Storia, è grande il rimpianto di ciò che si è perduto e la responsabilità verso il futuro. Passato e futuro riconquistano nel senso della storia la loro dimensione.

Un viatico per le generazioni: ricordare, insieme.
Nel libro c’è un nucleo forte, egualmente composito ma anche suggestivamente coerente di poesie in cui quanto detto sin qui si riverbera nella più privata sfera dei rimpianti, della memoria, che diventa
spesso viatico per le generazioni, racconto, insegnamento, responsabilità. E, infine, desiderio, esortazione a percorrere insieme il proprio cammino, con quella solidarietà che già la poesia di Laura Vargiu ha tratteggiato come inscritta nel DNA del dolore come mutilazione. “L’ultima catena” di Cesare Carabba: Cosa può dare un padre ad un figlio quando è la vecchiaia a privarlo delle forze e quasi della vita, se non la libertà di progredire senza di lui ma con la stessa capacità di amare? Corri, corri figlio mio, segui la strada dell’amore, dell’amore che è proprio di un padre, amore che genera e si rinnova. Un giorno ci rincontreremo!
“Non calpestare il mondo” di Migena Arllati, è incentrata, come nota Fabrizio Stefanini nella sua motivazione, sulle scarpe più grandi che il figlio cresciuto calzerà per percorrere il mondo. Non calpestarlo, è l’insegnamento. Sii leggero e gentile come sei da bambino.
A recuperare le parole dell’infanzia, a deporre l’armatura, come sottolinea Assunta Spedicato nella sua motivazione, invita anche Giancarlo Stoccoro in “Se impari a leggere”, perché per tutti (è sempre la riflessione di Assunta Spedicato) vi è stato un tempo utile per imparare a leggersi dentro e a memorizzare sensazioni uniche, quando la curiosità, superando la trincea delle convenzioni, invitava a percorrere e scoprire un mondo buono.
“Questo ho chiesto una volta” di Stefano Peressini, allude a un dialogo fra generazioni e culture nella domanda posta da un “occidentale” civilizzato intorno alla funzione della poesia e nella risposta del vecchio indiano del nord “prigioniero di spettri danzanti e rinchiuso da sempre nel suo brandello di mondo”: risposta che è quasi una preghiera dal contenuto sciamanico: “Mi resta rossa di sangue la terra da quando sogno l’inferno”.
“I vinti” di Anna Maria Rengo è una poesia dall’impronta fortemente anticonvenzionale, “scritta al contrario”, come sottolinea Hari Bertoja nella motivazione della sua scelta come “poesia del cuore”, “dove ogni verso, terribile, grida alla ricerca del suo opposto significato” facendo trapelare il sogno mancato del bene quando “i vinti”, le vittime piuttosto che lottare per riaffermare la propria dignità si rendono colpevoli verso le generazioni successive di un “frettoloso perdono”. Tema complesso quello del perdono, del rimpianto di un mondo “buono” a cui i molti aspirano senza riuscire a conquistarlo.
C’è un nucleo intero di quelle che potremmo chiamare le poesie del rimpianto, della memoria e della nostalgia in cui bene/male, desiderio/perdita, sofferenza/sorriso si intrecciano incontrando le infinte declinazioni della vita e della morte nelle sue più intime risonanze.
Leggiamo “L’eroe fanciullo” di Livio Billo, in cui il mito si confronta con la realtà dei sogni spenti, ridotti in pochi metri di un bilocale, in un “buio senza repliche né applausi”. O il canto a “Livorno” di Elisabetta Biondi della Sdriscia, città depositaria di sogni. L’autrice sembra percorrerla, “aprirsi a delle confidenze” , “condividere la nostalgia di un sorriso che la risacca non può cancellare, e che resta come una luce tra le stelle a illuminare il rientro verso casa” (così Assunta Spedicato nella sua motivazione).
Ci sono poesie (e momenti della vita) in cui i luoghi stessi sono protagonisti (come le città vuote e silenziose del tempo di pandemia) perché segnati da memorie, passaggi, incontri, rimpianti o speranze.
“Il porto fitto di lumi al di là dell’azzurro fatto di scaglie di cielo” è l’oggetto in un’amorosa visione e percezione nella poesia “La donna del porto” di Antonella Riccardi. Ci sono gli odori e i rumori del porto, quasi una rimembranza, e ci sono occhi di donna “opachi, superstiti sulla piana della luna”, che, immaginiamo, ha illuminato il mare per tutta la notte ed ora, al mattino “sotto le ciglia ammainate” lascia luccicare l’infinito.
Molte poesie rivelano con tocchi gentili o arguti, amari o consapevoli, la dimensione privata della sofferenza fatta sempre di rimpianti e di mancanze, di non detti, di storie che non si sono sapute scrivere insieme, di bugie per non soffrire, una contraddizione in termini, perché se la poetica del dolore ci insegna che esso, nel pubblico come nel privato, è privazione, l’inganno, così vicino al tradimento, non può che generare altra sofferenza, privando l’uomo della verità che è l’essenza dell’uomo e delle relazioni di cui vive..
“Senza sognare” di Luigi Belviso, “Ad aspettare” di Aldo Ronchin, “Legame spezzato” di Giulia Bordini, “Lei” di Ornella Gatti, “Epitaffio” di Angela Nese, “Lettera al mio amore” di Sabrina Fiamma, “Chicchi di caffè” di Alessia Gallo, sono poesie in cui gli autori, ciascuno con linguaggio originalmente icastico e fortemente caratterizzato compongono il mosaico delle fratture e degli schianti di cui la vita è spesso portatrice (o colpevole) lasciando l’amaro del fallimento.
Insieme è la parola chiave nella tensione fra sofferenza e vita. “Insieme” nella dimensione privata di un rapporto d’amore potrebbe risolvere una storia mai scritta in una vita piena (lo suggerisce Elena Giacomin nella sua motivazione a proposito di “La chiglia sommersa” di Luciano Giovannini).
“Insieme” rende dolce la vecchiaia e il rimpianto di ciò che non è stato ma in realtà nel suo non essere stato “è” (nella poesia di Davide Bergamin “La mano della sposa”): “Hai lasciato scivolare via l’età dalle mie mani” (dolcissimo questo “scivolare” che immaginiamo come il gesto di una carezza), e nell’apparente rimpianto la riscoperta di una quasi eternità che non è solo memoria, ma segno, vissuto indelebilmente, finché è vita.
Insieme bisogna percorrere il cammino, per capire che cosa sia l’alterità e quanto ci parli di noi, di quella sottile privazione e di quel sottile dolore a cui gli stereotipi ci sottopongono.
In questa dimensione si trovano le poesie “L’altro” di Annarosa Ceriani, “Autismo” di Raffaello Corti, e in qualche misura “Donna” di Linda Pascazio, e soprattutto “A Silvia” di Dylan Casamatti.
“L’altro” è una poesia luminosa (così Maria Luisa Grandi nella motivazione). Libera da stereotipi sa dei timori che accompagnano il confronto fra diversi (“non temere, non ti giudicherò”, accarezzami il cuore “cosicché neppur io debba temerti”) e sa dell’istinto di sopraffazione che ciascuno porta in sé nel volere gli altri a propria immagine. Ma sa anche che essere altro “appartiene alla Luce dell’Immenso”, è miracolo dell’amore. Così anche in “Autismo” è un cammino di conoscenza dentro se stesso di chi sa di essere diverso perché normale e viene con parole di verità attratto in un altro mondo di normalità diversa.
Le infinite contraddizioni del “Femminile” sono altrettante forme di alterità che tutte insieme danno il segno della forza e della vita. Ma soprattutto la timidezza di un Giacomo Leopardi che alla maniera dei poeti del dolce stil novo confida a un amico la sua voglia di amore e gli affida il compito di rivelarlo, si offre a noi, nella poesia di Dylan Casamatti “A Silvia”, con tocco delicatissimo per indicare a tutti la via della gentilezza, dell’amicizia, di uno sguardo sincero e buono, perché tutti amiamo e tutti desideriamo l’amore e tutti siamo fragili delle nostre timidezze: “vai tu, chiede Giacomo all’amico, parlale tu “che sei bambino e non conosci l’angoscia di certe parole”.
Generazioni insieme è di nuovo una chiave di lettura, un approccio alla vita.
In “Nel cielo azzurro il sole splende” di Giuseppe Riccio un insistito “Tu eri, io ti racconto” comunica al lettore/ascoltatore la consapevolezza esistenziale del solco che separa il passato dell’essere, il presente del raccontare. Ci accompagna la voce di chi non c’è più. Nel racconto c’è qualcosa di più che una semplice memoria, c’è la vita della memoria attraverso le generazioni.
Nella poesia “Penelope” di Luca Bressan un figlio ricorda la madre morta con dolore (“ti prego, non parlarmi della mia malattia”) attraverso la consuetudine del loro camminare insieme, consuetudine dei giorni e delle cose che lo avevano visto crescere fino a diventare “figlio”, quasi che si possa essere “figli” solo nella consapevolezza matura del reciproco “essere madre” di chi ci ha generato e fatto crescere d’amore: “Anche così tessevi i quarant’anni di tenace attesa ch’io divenissi figlio”; “mi inchioda come in croce la memoria, mi restano i momenti dolorosi, mi squarciano, mi lacerano, madre, sono ostinata luce”.

La riparazione: verso l’infinito amore
Abbiamo letto con amore le poesie di questo libro, troppo amore per essere soddisfatti della parole che su di esse abbiamo potuto spendere in questa nota critica che solo vuole invitare il lettore ad avvicinarsi ad esse con tutta l’attenzione che meritano non solo in quanto poesie ma per tutto il mondo che vi si riflette.
Un ultimo grande richiamo ci viene ora dal libro nel suo insieme.
Se il male (per i filosofi antichi) e il dolore (per l’uomo nella sua immensa fragilità a partire dal Cristo sulla croce) è mutilazione e assenza, forse è possibile cercare una via per la riparazione di quella vita offesa, che già nella poesia di Laura Vargiu generava solidarietà e fratellanza/sorellanza. Questo percorso passa attraverso momenti di epifania, di squarcio di luce, di “ostinata luce” (riprendendo le parole di Luca Bressan).
Il risveglio chiama tutti prima o poi, sottolinea Maria Luisa Grandi a proposito di Angela Di Bello “Tu sei il tuo pensiero”.
“Il viaggio” di Franco Casadei, è un’esperienza di frontiera (ricordiamo l’“odore della guerra poco dopo l’orizzonte” di Federica Bordin?). Itineranza significa essere sempre in cammino perché un altro mondo si disveli, “per tornare all’origine che abbiamo perduto”.
Qualche volta occorre farsi prendere dalla visione. Giulia Gorella si domanda: “gli occhi sono quesito o risposta?”. Occorre cercare un vuoto per immergersi “in quella nebbia azzurra dove finalmente la tristezza si deforma fino a sciogliersi”; “non sono gli occhi a mostrarci i sogni” (“Un’estate”).
“Un fosso e l’eternità” di Paolo Gambi muove da qualche dettaglio di uno scenario vagamente metafisico soprattutto per la dimensione temporale strana in cui protagonista è un airone cinerino “ciclicamente eterno”. Anche in questo caso abbiamo un ossimoro che sgretola la cultura occidentale
della contrapposizione fra tempo ciclico e linearità per introdurre la forma diversa dell’ Eterno su cui moltri filosofi riflettono almeno da inizio Novecento, il Novecento delle catastrofi e delle tragedie. “Ciascuno di noi è confine tra tempo ed eternità”, scrive Gambi (glielo suggerisce l’airone cinerino); lo si comprende chiudendo gli occhi, dopo avere scritto “versi inutili” (inutili alla visione) mentre “l’airone vola lontano”.
Matteo Lauria guarda la bellezza del mare, “la sola che somigli alla morte”. Poi “in quell’ora del giorno in cui nulla più delinea la fine del mare e l’inizio del cielo”, il suo “librare è autentico e leggero in uno spazio senza confini, l’unico che per seduzione somigli alla vita”.
La vita dunque è fratellanza/sorellanza/itineranza, passaggio di quel confine o frontiera che divide l’io e l’altro, il passato e il futuro, il rimpianto e la dolce consolazione, la solitudine e l’amore, il mare e il cielo.
La vita semplice di un”Fiore selvatico” (Donatella Grasso) che cresce “come giovinetto sotto le cure di madre natura”, in un “tempo senza tempo”, mentre il vento muove i suoi petali, in un giorno qualunque: come accade, si intende, per una qualunque vita nella sua forza e nella sua fragilità.
La vita, che è cammino fra pensieri di ieri e meditazioni sull’oggi in “Tramonto” di Donatella Ferrante: “Di nuovo alzavo gli occhi/ a sfidare/chiunque, qualsiasi cosa/ abbia deciso che io/ debba essere qui”. Ma lo sguardo corre, posandosi sulle infinite sfumature dell’orizzonte creato: “ed oltre lo sguardo/ sgorga sereno il pianto/ ed io chino il capo/ piego le ginocchia/ mi arrendo/ e dico:/ se la ragione non può,/ lascio che il cuore ringrazi/ per tutta questa bellezza!”.

Una riflessione conclusiva
“Infine,/ se il tuo essere Altro appartiene alla Luce dell’Immenso/ abbi ancora più pazienza nel venirmi incontro,/ perché il tuo Amore/ dovrà superare il rumore assordante/ della tua assenza e del mio dolore, che lacerano l’anima /e creano strappi persino più ampi/ della paura e della solitudine.// Così ci incontreremo,/ cresceremo/ e insieme cammineremo”…
Avevamo già citato alcuni di questi versi da “L’altro” di Annarosa Ceriani. Ora, alla quasi conclusione di questo percorso di letture possiamo meglio immaginarne il significato. E’ come se l’uomo dovesse riconoscere la sua alterità, la sua pena, la sua mancanza rispetto a questo Amore infinito che solo può riparare in lui l’antica ferita del dolore. Persino la poesia sente il bisogno di tacere dopo avere metaforicamente risalito la malinconia, come un gabbiano. Questa è l’esperienza dell’uomo che oltrepassa l’orizzonte verso una vita diversa. Dopo il silenzio della poesia “raccolsi le mie orme, un briciolo di tempo e tornai fra gli uomini per non farmi più trovare” (“Una carezza”, Nazionale italiana di poesia).
“Quello che amo” di Flavio Provini: “Amo la caparbietà del bucaneve/che morde il gelo per sbirciare il mondo […], la solitudine eterna delle isole/ ogni volta illuse da una carezza d’onda,/ le distese di zagare e aranceti/assorte nella pace che la città ha perduto,/ […]Amo la terra, la sua pena dell’aratro […] Quello che amo è il miracolo che vedo/ che mi fa ricco anche se nulla chiedo,/ quest’infinita poesia d’autore/ nella metrica di chi la sa apprezzare/ sul foglio intonso di ogni mattino,/ capace di stupirmi ieri, e oggi ancora/ come giostra, la prima volta, un bambino”.
La totalità dell’amore e l’ingenuità del bambino: la vita è reintegrata nella purezza dello sguardo.
“Quando l’ anziana maestra Alma morì,/ in paese nessuno pianse […] Quando l’ anziana maestra Alma morì/ in paese nessuno se ne accorse.// E fu per questo/ soltanto per questo/ che nessuno pianse. (“Il paese” di Bruno Bianco).
Come scrive Gabriella Valera nella sua motivazione: “Nella sua semplicità formale la poesia è crudele come la vita. Non si indigna, non urla, semplicemente constata. Perché l’anziana maestra Alma ne avrebbe meritate di lacrime e anche ricevute se la vita vissuta freneticamente dagli abitanti del “Paese” (assai simile ormai a qualsiasi alienante città) non avesse smesso di accorgersi di lei. Perché è proprio così: lo sa il poeta, lo sa il lettore, lo sa il “Paese” e lo sanno le nostre città. La vita non può farsi distrarre dalla morte. Nella poesia, però, il vuoto lasciato dall’anziana maestra Alma diventa struggente desiderio di una perduta umanità”.
Così il dolore e l’amore sono i poli di un tempo che è il nostro. Di sempre forse; ma queste poesie, sono voce del nostro tempo, ne testimoniano la travolgente complessità, impongono una responsabilità che oltre il verso e la ragione coinvolge tutta l’anima, oltre la “retorica” e l’ ordine del discorso, suggeriscono una poetica di cui si fa portatore ciascuno di noi, che ha dedicato tempo e passione alla formazione di questo libro, gli autori, i giurati del concorso, i curatori e ci si permetta di ricordare anche
gli esclusi, che pure hanno comunicato emozioni e pensieri dando corpo tutti insieme ad una riflessione che sarebbe stata altrimenti meno ricca e coinvolgente.
A tutti il nostro grazie.