martedì 23 gennaio 2024

Intervista a Davide R. Colacrai, Premio della Critica "Gabriella Valera Gruber" al XVIII Premio letterario NCC

"Spogliata da tutte le pretese e le aspettative,
spogliata da una tradizione che l’ha snaturata
in uno sbadiglio lontano dalla gente,
nuda nei suoi versi, la poesia siamo noi"


Colacrai è un poeta dallo stile inconfondibile, elegante e sciolto. Ha cominciato a farsi notare già dal 2008 tastando il terreno dei Concorsi letterari, competizioni che gli hanno consentito di collezionare diversi consensi, e non solo in Italia.

Purtroppo per noi, l’idea di riservare un’intervista a questo particolare artista non è per nulla un fatto nuovo. Di Davide Rocco Colacrai, infatti, grazie a diverse interviste, recensioni e note biografiche reperibili in rete, possiamo dire di saperne a sufficienza

e dunque, prima di partire con le domande, ci permettiamo di fare un breve riepilogo:

Nato a Zurigo, da più di vent’anni vive e lavora in provincia di Arezzo. Laureato in Giurisprudenza nel 2010, dopo la specializzazione e un Master Universitario di II Livello in Psichiatria forense e Criminologia, oggi svolge la professione di Giurista e Criminologo. Di recente ha dato alla luce la sua decima silloge dal titolo “D come Davide-Storie di plurali al singolare”.


A proposito di quest’ultima creatura, sicuramente avrai in programma una nuova presentazione, ci dici dove e quando?, e soprattutto vorremmo che tu ci rivelassi qualche dettaglio dello spettacolo teatrale che avrai sicuramente preparato anche per quest’ultimo lavoro.

Per prima cosa vorrei ringraziarti per l’ospitalità. Confesso che non vedo l’ora di partire con uno spettacolo di – come amo definirlo io – poesia in teatro, con cui portare i miei versi alle persone e riflettere insieme sulla Storia Contemporanea, affinché si possa formare un pensiero critico con cui crescere umanamente e difendersi e con cui evitare la ripetizione di giudizi e pregiudizi che abbiamo già sperimentato e dai quali forse abbiamo imparato poco o niente. Perché il vero obiettivo di questi spettacoli è proprio questo: riscoprire la poesia come essenza viva, e fare in modo che essa possa stimolare la curiosità, e con la curiosità uno studio o almeno un approfondimento dei fatti e delle persone di cui i versi si fanno portatori e così condurre ad una riflessione su noi stessi e sul contesto storico nel quale viviamo. Spogliata da tutte le pretese e le aspettative, spogliata da una tradizione che a mio avviso l’ha snaturata in uno sbadiglio lontano dalla gente, nuda nei suoi versi la poesia siamo noi. E spero che chi mi leggerà e che mi ascolterà si lascerà prendere per mano per raggiungere insieme quella che per alcuni sarà una scoperta e per altri una consapevolezza, cioè che la poesia è qualcosa che vive ed è tangibile, e spero di farlo di persona con il mio prossimo spettacolo – minimalista come lo immagino, e intimo anche; uno spettacolo che però è ancora in fase di costruzione.


Tra le altre cose, si legge di te che nel tempo libero ami cimentarti al pianoforte e suonare anche l’arpa. Hai compiuto studi musicali oppure sei un autodidatta? Inoltre, come te la cavi con il solfeggio?

Confermo volentieri di aver iniziato a studiare pianoforte da bambino, in quanto per i miei genitori era importante dare una educazione musicale a tutti figli. Dal pianoforte poi sono passato al flauto, ho cercato di avvicinarmi alla chitarra ma senza successo e per molti anni mi sono allontanato dalla musica. Durante la pandemia mi sono riavvicinato al pianoforte e ho permesso alle mie dita di esercitarsi nuovamente (cosa che pochi sanno essere fondamentale). Tuttavia ho sempre percepito il pianoforte come uno strumento che mi limitasse, che non permettesse una mia espressione al contempo libera e completa. Per questo motivo ho deciso – forse con un po’ di quell’incoscienza che accompagna l’età matura e anche con un po’ di coraggio – di fare una nuova esperienza: mi sono iscritto ad un percorso di Musicoterapia e ho acquistato un’arpa. Uno strumento che ho imparato a scoprire allo stesso tempo con pazienza e meraviglia e del quale mi sono piano piano innamorato in quanto è lo strumento che, per quanto mi riguarda, si avvicina e mi avvicina di più alla poesia: infatti ci sono momenti di straordinaria identificazione con l’Universo: alcuni incredibili nel senso che riesco a percepire l’infinita bellezza che respira intorno a noi, altri dolorosi nella misura in cui vivo l’Universo che piange tutti quei sogni che i suoi figli hanno smesso di sognare.


“La musica è una matematica sonora. La matematica, una musica silenziosa” questa la citazione di Edouard Herriot (uomo politico francese dai primi del ‘900, nonché scrittore), con la quale si esprime circa il noto “Rapporto tra musica e matematica”. Avendo tu come qualità anche quella di amare la matematica, visto che durante il tempo libero la insegni, ci dai una definizione di come tu vedi il rapporto tra... poesia e matematica?

A questo proposito, non posso non citare il titolo di uno miei libri: “Asintoti e altri storie in grammi”, edito da Le Mezzelane Casa Editrice nel 2019. Per quanto mi riguarda, vivo la poesia e la matematica come una specie di divertissement nel senso di ritenere che entrambe siano dotate di un meraviglioso senso dell’umorismo: la poesia può essere dolce e velenosa, la matematica finemente sarcastica. Inoltre entrambe sono, a mio avviso, caratterizzate da un comune denominatore che possiamo cogliere nella loro inafferrabilità. Entrambe infatti sono la chiave a molteplici e inesplorate dimensioni, che sono in grado di sentire, di percepire e di capire ma che non riesco a spiegare veramente, in modo compiuto, come se le parole non fossero abbastanza o sufficientemente grandi, o meglio: come se si trattasse di un’altra lingua, comprensibile soltanto da quella nostra parte che va oltre i sensi. Infine entrambe amano farsi corteggiare: un giorno e l’altro pure. Quanto detto mi fa pensare che la poesia e la matematica siano entrambe riconducibili all’uomo-anima escludendo per l’uomo-fisico la possibilità di conquistarle e farle sue.


Sappiamo di te che, prima di questa edizione, avevi già ricevuto in premio la statuina simbolo dell’Associazione: nel 2014 per la Poesia inedita e nel 2016 per la Poesia a valore religioso. Ritieni che da allora ad oggi il tuo stile sia cambiato?

È vero che, negli anni, ho ricevuto più volte la bellissima statuina simbolo dell’Associazione, e ne sono profondamente onorato. Sono dell’idea che ogni autore abbia il suo stile con il quale lo possiamo identificare e riconoscere, e anche che questo stile sia un specie di perimento all’interno del quale ci evolviamo continuamente, giorno dopo giorno. Pertanto credo che, rispetto a quando ho iniziato, si sia verificato una scoperta prima e una definizione dopo del mio stile, e attraverso la definizione una maggiore consapevolezza: della parola, del verso, del poeta che gioca a nascondino con i lettori.


“Il ragazzo che salì sulla collina dei poeti – aula N. 418”, questo il titolo della poesia premiata alla 18ᵃ edizione del nostro Premio letterario. Riportiamo di seguito la motivazione al testo del prof. Gianni Antonio Palumbo in quanto vorremmo che l’autore ci fornisse ulteriori coordinate per saperne di più, ad esempio da cosa e da chi ha tratto l’ispirazione per comporre un così notevole testo.

“Il ragazzo che salì sulla collina dei poeti – aula n. 418 è testo che emerge per numerosi pregi. È la genesi di un incontro, quello con la scrittura poetica, figlia di un senso di diversità e di inevitabile solitudine al cospetto di un microcosmo rappresentativo della società: “la scuola, i suoi figli e le madri - / stretti insieme come conchiglie nella mano innocente e maldestra di un bambino”. Il verso, a tratti lungo, ben si adatta a questo ritmo di narrazione e introspezione, in cui la voce che dice “io” ci accompagna con delicatezza in un mondo interiore meritevole di scoperta. Le immagini sono tutt’altro che scontate; si pensi al bell’incipit: “Ricordo che mi sentivo stretto nella mia aula / quasi fosse un cuore di nodi gordiani / con i quali definirmi secondo una coniugazione che non era la mia”. Fa capolino, come si diceva, il verso lungo, che, non a caso, smorza la musica dei primi due versi e ci consegna alla prosa della quotidianità: l’incomunicabilità, il senso di inappartenenza ai canoni e ai modelli che il conformismo impone. Nel prosieguo affiorano simboli antropologici e cristiani quale l’agnello (vessillifero del motivo del φαρμακός), sostenuti dalla tensione azzurra verso l’infinito, in un testo che rifugge la banale retorica e si segnala per nitore del linguaggio e intensità espressiva.”

Gianni Antonio Palumbo.


Chi conosce la mia poesia, sa che i miei versi sono accompagnati spesso e volentieri da note nelle quali mi preme e mi piace condividere specifiche coordinate sul fatto o sul personaggio storico di cui i versi parlano, anche perché si tratta in molti casi di fatti e personaggi che non sono conosciuti o ricordati in Italia. Fatta questa premessa, è importante raccontare che la poesia premiata è stata ispirata da un’opera teatrale dal titolo “Il nodo”, in cui si affrontano temi più attuali che mai come la scuola, il bullismo e il suicidio. Si tratta di una pièce talmente cruda – nella rappresentazione e nella cadenza – che ho dovuto vederla due volte prima di essere nella condizione di accogliere, pensare, mandare giù e infine scrivere la mia versione della storia.


Il Premio della Critica da noi istituito porta il nome di una scrittrice e operatrice culturale che sicuramente hai conosciuto: Gabriella Valera Gruber, presidente dell'Associazione culturale triestina "Poesia & Solidarietà". Quanto conta per te aver ricevuto un riconoscimento a lei dedicato?

Ho avuto il piacere di incontrare una sola volta, all’inizio della mia carriera, intorno al 2010, Gabriella Valera Gruber. E il mio ricordo è necessariamente legato alla città di Trieste, che all’epoca visitavo per la prima volta e di cui mi innamoravo perdutamente a prima vista. Una città che – come ho detto spesso negli anni – ha il mio stesso respiro. E vedermi assegnato questo riconoscimento è stato, per me, una emozione difficile da tradurre in parole, soprattutto perché mi ha colto di sorpresa e le sorprese non si realizzano mai fino in fondo, ci lasciano spesso in uno spazio simile al dormiveglia. Tuttavia chi mi conosce, sa che ogni premio che i miei versi ottengono è, per me, il primo: infatti non riesco a dare per scontato che una poesia piacerà, e non ho l’abitudine al successo.


Ringraziandoti per la disponibilità, vorremmo concludere chiedendoti di svelarci il sogno non ancora realizzato a cui più tieni.

Ho un solo sogno che vorrei realizzare – una famiglia.


Con l'augurio che il tuo sogno si possa realizzare quanto prima, saluto te e i tuoi affezionati lettori.

Assunta Spedicato.


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